giovedì 12 febbraio 2015

American Sniper: un eroe americano



American Sniper, ultimo lavoro uscito in sala di Clint Eastwood, è un film complesso che parla di molti più argomenti di quanti ne mostri. In molti sensi si potrebbe dire che non è un film di guerra, sebbene la maggior parte del film sia ambientato sui campi di battaglia e parli di un cecchino. La trama è ispirata, abbastanza fedelmente per quanto sia possibile da un adattamento, all'autobiografia di Chris Kyle, famoso per essere stato uno dei migliori cecchini americani.
La recensione conterrà qualche spoiler.

American Sniper ha una struttura interessante, che si basa molto sul linguaggio visivo e che delega poche volte al dialogo i nuclei narrativi del film. Inoltre è una di quelle pellicole in cui la narrazione viaggia su due livelli, uno interno formato dalla sequenza delle scene e uno più esterno, costituito da un messaggio non scritto e non mostrato ma trasmesso al pubblico in forma di allegoria. E' la stessa cosa che accade spesso con gli aneddoti: se un amico ci raccontasse di aver sorpreso un uomo che tentava di aprirgli la porta di casa e di essere poi stato insultato da quell'uomo mentre gli intimava di andarsene, il suo aneddoto vivrebbe sugli stessi due livelli narrativi. Da una parte l'evento in sé e dall'altra l'ovvio sottinteso: il mondo è un luogo folle in cui ormai perfino il crimine più palese non ha bisogno di nascondersi.
Ho individuato tre punti che secondo me, sommati, possono fornire un'analisi decente di American Sniper.

Struttura

American Sniper si apre con un inizio in corso d'azione. Kyle è un cecchino appostato su un tetto che avvista un bambino trasportare una bimba verso soldati americani. Nessuno ha modo di dargli conferma, deve stabilire lui se sparare o meno. A questo punto lo spettatore è in una condizione completamente neutrale, mitigata solo dalle sue proprie opinioni personali sulla guerra, sull'etica e sulla giustizia. Sta guardando un estraneo con un fucile in mano e una decisione molto difficile da prendere in pochi istanti.

Flasback. Siamo indietro di quasi vent'anni. Un Kyle bambino uccide la sua prima preda di caccia insieme al padre che gli da consigli come sparare. In una successione piuttosto rapida ma mai sbrigativa di scene ci si delinea la vita del piccolo cecchino. Dopo pochi minuti Eastwood mette in scena uno dei momenti più significativi di tutto il film. La famiglia di Kyle è riunita a tavola, il fratellino di Chris è stato evidentemente pestato. Chris lo ha difeso picchiando a sangue il bullo. Il padre dei due ragazzi, di fronte a una madre remissiva e silenziosa, sfila la cintura dai pantaloni e spiega come funziona il mondo: ci sono pecore, lupi e cani da pastore. I lupi sono i cattivi e fanno del male. Se i due ragazzi dovessero diventare lupi, lui giura di farli fuori a cinghiate. Le pecore sanno solo portare avanti le loro vite, ma ignorano come si combatta il male. Dalla famiglia Kyle, precisa il padre, non vengono fuori pecore. E poi ci sono i cani da pastore, a cui Dio ha concesso un grande istinto di giustizia e il desiderio incontenibile di difendere i propri cari. Ecco tutto.
Chris dapprima coltiva il sogno di fare il cowboy ed esibirsi nei rodei, poi vede in tv un notiziario sulla guerra e sui soldati americani morti in un attentato e decide di arruolarsi. Si arruola per difendere gli americani, per impedire che quelle atrocità arrivino col tempo fin negli Stati Uniti e mettano in pericolo le persone che ama. Così dice, almeno.
Seguiamo la storia di Chris durante l'addestramento, l'incontro con la sua futura moglie e la prima missione da cecchino. Lì torniamo alla scena iniziale, che adesso può essere riletta alla luce di nuove informazioni e che già inizia a sdoppiarsi. Una lettura è che un uomo cresciuto in una famiglia difficile ha deciso di lasciare una vita di svaghi e rodei per difendere il proprio paese. Un'altra è che un ragazzo del Texas che non sa niente tranne cavalcare e sparare, che non ha la minima cultura per comprendere il conflitto in cui combatte e che ragiona per stereotipi adesso è giudice della vita di tutti coloro che entrano nel suo mirino.

Da questo momento la struttura di American Sniper è un rilancio continuo ed è volutamente priva di qualsiasi contestualizzazione politica e sociale. Accadono fatti di guerra, persone vengono ferite, criminali vengono individuati e ricercati. Nel corso di tali ricerche vengono feriti altri compagni, il conflitto diventa vendetta e spuntano avversari più agguerriti e abili. Kyle è un cane da pastore, lui difende i suoi cari. Poco importa se non sa niente del quadro generale, se continua a ragionare per stereotipi: lì ci sono americani che rischiano la vita e lui deve dare una mano per uccidere i nemici e salvarli. A casa Kyle ha una moglie e due figli che soffrono per la sua assenza. La struttura del film è organizzata in modo tale da sospendere quasi completamente il giudizio. E' il racconto dell'uomo sorpreso a scassinare la porta, è una successione di eventi che motivano la presenza sul posto di Chris, la sua determinazione nel trovare e uccidere l'avversario, e che sembrano spingere lo spettatore a tifare per lui, perché riesca a vincere il suo scontro personale. E' una struttura che ovviamente ne nasconde un'altra, quella in cui prima abbiamo inserito il sottinteso che il mondo è folle. Qui, all'interno di American Sniper, ci sono messaggi meno definiti ma che comunque sembrano voler dire che ok, sì... Kyle è un tipo coraggioso. Sì, ok... proteggere il proprio paese è di per sé un concetto nobile. Ma è questo il modo? In difesa dell'America vediamo soprattutto persone superficiali, male istruite e male informate, brave ad eseguire gli ordini e addestrate a rispondere a basilari concetti di cameratismo. Tirano fuori la legge del taglione, occhio per occhio. Tornano sul campo perché hanno fatto del male a uno di loro e "devono vendicarlo". E' questo il senso della guerra? Essere un cane da pastore? E il nemico... è davvero solo un lupo?
In American Sniper, Eastwood pone domande e trattiene le risposte, anche se da alcuni elementi sembra invitare più al ragionamento critico che a una sentita risposta patriottica.
E questo ci porta agli altri due punti.

La guerra

American Sniper affronta la guerra in modo particolare. Ci sono film che parlano di guerra senza mostrarla, creando piuttosto delle allegorie. La Guerra dei Roses è un classico e famosissimo esempio. Di solito tutti i film che affrontano questo tema passano per lo stesso inevitabile punto: la guerra alimenta se stessa e non riesce mai, nonostante ogni umano sforzo, a mantenersi fedele ai principi per cui è scoppiata. Per capirci: se iniziamo a farci guerra perché non c'è altro modo di risolvere una contesa sulla proprietà di un terreno, non riusciremo mai a limitare il reciproco astio a quell'argomento. Prima o poi cadrà sul campo il fratello di uno, crollerà la casa dell'altro e il gorgo di sentimenti personali trascinerà la discussione lontano dal suo punto iniziale, allargandola a macchia d'olio.

In American Sniper vediamo esattamente questo. Un uomo va in guerra perché deve difendere il proprio Paese e poi ci si mette di mezzo l'ego, l'affetto per i compagni d'arme, perfino la paura di dover tornare a casa ed affrontare una vita tranquilla di figli, moglie e vicini di casa a cui non ci si si sente pronti. American Sniper mette in scena la guerra e mette in condizione lo spettatore di vederla come un immenso, costosissimo, letale giocattolo. E' la stessa rissa infantile in cui Kyle era intervenuto da bambino per salvare il fratello: anche di quel bullo, come del nemico in guerra, Chris non sa niente e ha solo la presunzione di ritenerlo il lupo cattivo.

Eastwood ottiene questo effetto curando ogni particolare della messa in scena della guerra. La rende realistica, attraente, fornisce nemici, ostacoli e colpi di scena. La violenza è palpabile dotata di quel ritmo che ti induce e stringere i denti quando i protagonisti vengono colpiti o in sono in pericolo. Sarebbe un bel film di guerra, se fosse un film di guerra.

I dettagli

In American Sniper i dettagli, sembra banale a dirsi, sono fondamentali. Inquadrature di un paio di secondi, frasi buttate lì, momenti di silenzio. Ne elenco quattro, quelli che mi hanno colpito di più e che sono più semplici da riportare:

  1. "Siamo qui per salvarli" - una sola volta in tutto il film un soldato amico di Kyle solleva il subbio morale. Quello che stanno facendo lì è giusto? Ne conoscono il senso? Stanno davvero dando una mano? Chris risponde con quella frase, seguita da un "prima che tutto questo arrivi a casa nostra". Il ragionamento più superficiale che si possa imbastire su una guerra, sintomo che il cecchino si sta muovendo per fede cieca in un ideale. Sia chiaro: non credo che Eastwood e il suo film vogliano dire che è sbagliato andare in guerra per il proprio paese, ma solo che ogni decisione dovrebbe quanto meno essere sottoposta a un po' di autocritica.

  2. "E' stato la lettera a ucciderlo" - la scena del funerale del compagno e la lettura della sua lettera da parte della madre dura pochissimo, e ancor meno dura la scena successiva in auto in cui la moglie chiede a Chris un suo commento. Tutto si interrompe perché a lei si rompono le acque, ma l'unica risposta che Chris fa in tempo a dare è quella: l'ha ucciso la lettera. Mettere in discussione che il nemico potesse essere più di un bullo e che la guerra sia ormai andata fuori misura è sufficiente a spezzare l'unico sentimento che permette di reggere quell'orrore.

  3. La foto delle olimpiadi - è un'inquadratura che dura un paio di secondi e che introduce una breve scena in cui vediamo il nemico giurato di Kyle, un abilissimo cecchino nemico, prepararsi allo scontro. La telecamera parte da una foto che ritrae quel cecchino sul podio olimpico per il tiro al bersaglio. Quindi Eastwood lascia passare l'informazione che da una parte della barricata ci sia un ex cowboy, superficiale e piuttosto ignorante; dall'altra un atleta olimpico. Anche qui si lascia spazio a una doppia lettura che va da "il vero eroe viene dal basso, dalle tradizioni di un paese, e può battere i nemici più preparati", fino a "la guerra capovolge il mondo. Tutti acclameranno l'ex cowboy che non sapeva neanche perché stava sparando e a chi, e spreca il talento di un campione olimpico."

  4. I titoli di coda - che non è esattamente un dettaglio, ma quasi. Nei titoli di coda di American Sniper assistiamo a un montaggio di scene di repertorio, realmente avvenute, che riportano il funerale di Kyle dopo la sua morte e le grandi manifestazioni di affetto e ammirazione degli americani che affollano strade e piazze sventolando bandiere. Eastwood qui sospende il giudizio e lo lascia in mano al pubblico. Basta il numero di nemici uccisi, per cui tutti sembrano stimarlo fin da quando  è in guerra, a renderlo un eroe? A far levare le bandiere? E' perché con quelle morti ha evitato morti americane? Eastwood sospende il giudizio ma sembra rammaricato. Forse amareggiato dal fatto che agli americani importi più di tenere viva la loro mitologia personale di lupi, pecore e cani da pastore piuttosto che farsi qualche domanda in più e coltivare un patriottismo più consapevole.

Vorrei anche fare una precisazione: mi sono documentato un po' su American Sniper e sono consapevole che ci sono varie differenze, anche sostanziali, tra i racconti di Kyle e il film. Sono anche consapevole che probabilmente ci sono differenze tra i racconti di Kyle e i fatti realmente avvenuti (Chris Kyle fu spesso accusato di abbellire o comunque dare una visione molto personale della guerra nel suo libro). Credo che niente di tutto questo abbia peso nella valutazione del film. American Sniper si basa su un uomo e su fatti realmente esistiti e fa quello che ogni autore fa sempre: astrae, trasforma, assesta, adatta e ricostruisce una storia il cui compito è, se non proprio comunicare un tema, quantomeno invitare a ragionarci sopra.

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