venerdì 27 febbraio 2015

Trovare lo spazio e assumere la posizione



Dominazione, sadomasochismo, spanking, fisting vaginale, dilatatori anali, fruste, tacchi alti, maschere di cuoio... continuo? Cos'hanno in comune? Sono parole. Che non vuol dire sminuirle, anzi. Però magari è il caso di parlarne. Quindi sediamoci, prendiamo un bel respiro, e vediamo che si può fare.

Doverosa quanto (spero) superflua premessa: le parole elencate sopra, a cui potrei tranquillamente aggiungerne di diverso genere come aborto, eutanasia e altre, qui saranno considerate come materiale narrativo. Mettiamo da parte i giudizi.

Tutti questi concetti hanno una definizione ed esistono nel mondo in cui viviamo. Alcuni li condannano e altri li esaltano ma per un autore, o autrice, sono più che altro ingredienti di possibili alchimie narrative, simboli e conflitti che possono alludere ad altro. Neil Gaiman una volta scrisse che in narrativa "c'è spazio per far significare le cose più di quanto appaiano". Teniamolo di conto e iniziamo.

Poco tempo fa è uscito il film di 50 Sfumature di Grigio, tratto dal primo libro di una trilogia molto discussa che ha fondato il suo enorme successo sulla fascinazione esercitata attraverso una minuziosa e martellante opera di marketing. Strumento principale di questa fascinazione era la presenza, nella storia, di temi considerati tabù o comunque annoverati tra quelli che, almeno in società di fronte a tutti, è consuetudine considerare un po' da bricconcelli. Per usare un eufemistico termine tecnico. Sono argomenti che creano scandalo, che fanno discutere, che incuriosiscono. Ora, su 5o Sfumature si possono leggere ogni sorta di recensioni, sia positive che (molto spesso) negative. Non starò a farne una anch'io, anche se mi associo più ai detrattori che ai fan. Quello che vorrei è fare il punto, per come la vedo, sul modo in cui questi concetti possono essere trattati da ingredienti per una storia. Prendiamo una manciata di casi e proviamo a metterli accanto.

50 Sfumature di Grigio, Nero e Rosso (E. L. James, 2011-2012)

Affrontiamolo subito. La letteratura ha dato tanto e tanto di meglio riguardo a temi quali la dominazione psicologica e sessuale, l'erotismo e gli amori sofferti. Prendo come spunto 50 Sfumature di Grigio sia perché è attuale, sia perché è un buon esempio di come una storia non dovrebbe essere architettata.
Brevemente: Anastasia è una ragazza carina ma ordinaria e timida. Christian Grey è ricchissimo, bellissimo e ne rimane colpito. Lui ha tendenze da dominatore, le fa firmare un contratto con cui accetta di fargli da schiava sessuale e anche fuori dalla"stanza dei giochi". Lei però si ribella, capisce che sotto queste manie del controllo ci sono vecchi e gravi traumi e riesce a curarlo con il suo amore.

Esistono infiniti modi per comporre una trama e costruire una struttura, ma cerchiamo di tenere di conto le parole del buon Neil. I personaggi di una storia d'amore dovrebbero rappresentare ognuno una visione del mondo e la realizzazione (o fallimento) della loro storia dovrebbe dimostrare (o meno) l'esistenza di una sintesi  tra queste visioni. Quando Christian mette Anastasia di fronte al contratto saltano fuori molte delle parole dell'elenco iniziale. Lei rifiuta il fisting vaginale, quello anale, chiede cosa sia un dilatatore... lui sorride tentando, per quanto gli sia fisionomicamente possibile, uno sguardo da tenebroso maledetto.

In questo caso, tuttavia, quelle parole hanno ben poco senso. La dominazione, la sottomissione, i giochi sessuali e le sculacciate rappresentano l'espressione della ferita di Christian. Lui ha passato brutti momenti da piccolo, la sua fiducia nel mondo e nelle donne è crollata e il suo bisogno di sentirsi padrone della situazione è altissimo. Avendo soldi, fascino e potere può permettersi di proiettare questi bisogni sulle donne che incrociano la sua strada. Anastasia rappresenta quello che in narrativa può essere definito "mondo ordinario", o diurno. Il luogo in cui tutto funziona come dovrebbe, le persone sono in pace con loro stesse, oneste, realizzate. Ammettono i propri sentimenti e si prendono cura uno dell'altra. La sessualità di lui la tenta, le piace, ma non la conquista. A conquistarla è lo spirito da bambino ferito che smuove quello suo da samaritana. In generale si può dire che lei lo ami nonostante le inclinazioni da dominatore.
Tutto questo smorza incredibilmente l'universo che sta dietro a manette, lacci e costrizioni. Lo smorza al punto che perfino il film mostra poco o nulla. Non assumendo un valore in sé, quelle parole della lista restano semplici parole che hanno come unica funzione quella di richiamare nella mente del lettore (o spettatore) una serie di sensazioni, immagini e desideri. Fascinazione, appunto, con ben poca narrazione dietro.

Venere in Pelliccia (Roman Polanski, 2013)

Thomas è un regista teatrale che vuol portare in scena una pièce tratta da Venere in Pelliccia di Leopold von Sacher-Masoch (colui da cui deriva per l'appunto il termine masochismo). Thomas è rimasto solo in teatro, ha finito e sta per chiudere tutto quando entra Vanda. Lei sembra una donna sciatta e volgare, molto lontana dalla figura raffinata e seducente che dovrebbe essere la sua protagonista. Tuttavia lei gli chiede un'audizione, e come sale sul palco si trasfigura incarnandosi nel personaggio. La storia rappresentata parla di un uomo, anche lui reduce da una brutta infanzia, che implora una donna perché lo prenda come schiavo. Per lui quello è il modo più giusto di amare, di darsi del tutto a qualcuno: farlo letteralmente. Il film si snoda senza interruzioni, rispettando unità di tempo e luogo (si resta sempre in teatro e la vicenda è narrata più o meno in tempo reale). Il provino di Vanda entusiasma Thomas, l'attrice non è solo bravissima ma dimostra di conoscere il testo, propone cambiamenti e lentamente la situazione trascende e Thomas diventa succube di lei per arrivare a un finale che non sto a svelare.

Venere in Pelliccia è un film complesso, pieno di citazioni e riferimenti classici. In questo caso è un ottimo spunto per capire come quelle stesse parole della lista iniziale possano essere messe a disposizione di allegorie ben più complesse. Siamo all'altro estremo della corda rispetto a 50 Sfumature: in Venere in Pelliccia non accade niente di apertamente sessuale, anche se i riferimenti, gli sguardi e le situazioni arrivano anche più in profondità di scene esplicite. La dominazione e la sottomissione qui sono un punto di partenza, una superficie di forte impatto da cui si prende slancio per parlare dei rapporti di forza tra uomini e donne e, di fatto, di come gli uomini possano e sappiano perdersi nelle mani di una donna. La dominazione è psicologica e rappresenta nell'arco del film i movimenti emotivi di un'intera storia d'amore, dall'incontro al finale.

Secretary (Steven Shainberg, 2002)

Con Secretary entriamo a pieno titolo nel mondo della dominazione/sottomissione. Anche qui abbiamo una ragazza timida e insicura, repressa, che riesce a sfogare la sua rabbia solo praticandosi dei tagli di nascosto, attraverso il dolore. Lee, questo il nome di lei, entra a lavorare come segretaria dell'avvocato Edward Grey (già, grigio pure lui...), un uomo non bello ma affascinante, complesso, metodico e controllato. Edward si interessa a Lee, resta colpito dalla sua fragilità e sembra notare le potenzialità sotto quella scorza goffa che tutti deridono. I due iniziano una relazione del tutto platonica anche se carica di tensione, in cui lui la domina dandole ordini su come organizzare la giornata e come prendersi cura di sé.

La loro storia d'amore non è ostacolata da traumi infantili o dal rifiuto di uno dei due verso certe pratiche. Anzi. Il conflitto è inverso: Edward non riesce ad accettare che i suoi gusti siano tanto inconsueti, si sente sbagliato e tenta di allontanare Lee. La ragazza dal canto suo si vede rinata in quella relazione, si sente libera di esprimersi, protetta e finalmente non ha più bisogno di farsi del male. I due si avvicinano anche sessualmente, non manca la scena della sculacciata né quella in cui Lee svolge le sue mansioni di segretaria ammanettata.

Se si cercano le definizioni di molti termini che riguardano l'ambiente in esame (BDSM, dominatore, slave, ...) ci sono alcune parole che ritornano sempre, e la più frequente è fiducia. Accettare di essere dominati è qualcosa che sta a metà tra un gioco, non necessariamente sessuale, e uno stile di vita che ha limiti precisi proprio perché non si parla di schiavitù ma di una forma di espressione amorosa. Una persona si mette nella mani di un'altra e ricava un piacere che deriva sia dalla consapevolezza di compiacere il partner sia dall'essere sollevato dall'onere di decidere (e dallo stress che comporta). Il dominatore (o dominatrice) al contrario ricava piacere dal prendersi cura del partner e dal senso di potere per essere al comando.

Secretary riesce a usare ogni aspetto di questi concetti. Visivamente colpisce per la forza delle immagini, per la simmetria di ogni inquadratura all'interno dello studio in contrasto con il disordine del mondo esteriore. La forza della struttura del film sta proprio nella semplicità: Secretary è una normale storia d'amore in cui due persone si conoscono, scoprono di avere qualcosa in comune e affrontano i propri dubbi, le insicurezze e il pregiudizio degli altri per poter stare insieme. Il regista e autore sceglie di mettere in scena questa comune storia d'amore vista da una lente insolita e (solo) apparentemente in contrasto con la dolcezza e il calore di certi sentimenti. Fa spazio, insomma, per permettere alle immagini di significare per più di quel che appaiono.

Nana to Kaoru (Ryuuta Amazume, 2008-in corso)

Lo so, sto passando da Polanski a un manga. Lo so.
Lasciamo da parte tutto il resto e diamo uno sguardo alla storia. Nana è una bellissima ragazza che a scuola eccelle in tutto, materie accademiche e sportive. Le aspettative su di lei sono altissime e ci tiene ad eccellere, con il risultato di essere spesso preda dello stress. Kaoru è un compagno di scuola e amico di infanzia, è un ragazzo piuttosto bruttino, tutt'altro che popolare, da sempre innamorato di Nana e appassionato del mondo BDSM.
Una serie di eventi portano Nana ad accettare una prova di sottomissione nei confronti di Kaoru e a rendersi conto di quanto funzioni, su di lei, come valvola di sfogo. La loro storia d'amore, il cui inizio è eternamente rimandato come ogni buona serialità comanda, cresce via via che sperimentano nuove situazioni.

Il caso Nana to Kaoru secondo me è interessante. I manga (da noi) non possono contare su un prestigio pari a quello di un film di Shainberg o Polanski, e il risultato è che possano apparire stupidi o volgari con estrema facilità. In verità questa serie affronta i temi della dominazione/sottomissione con la stessa delicatezza di Shainberg. Ovviamente il mezzo è diverso, la storia meno complessa e articolata, ma i principi sono gli stessi. Amazume fa un uso estremo dell'immaginario fetish, dello shibari (la pratica giapponese del legare qualcuno, che in oriente è considerata più una forma d'arte che inerente al sesso), e mette in scena oggetti e situazioni in maniera quasi didattica. Nella serie, tuttavia, non c'è sesso. La relazione tra i personaggi è platonica, una questione di fiducia all'interno della quale si sviluppano tensioni amorose, gelosie e tutto ciò che da sempre accade nella formazione di una coppia.

In conclusione...

Un autore dovrebbe sempre scegliere i propri ingredienti con cura e soprattutto dovrebbe creare spazio per permettere alle parole di significare un po' più di quel che appaiono. Quello spazio, spesso, lo si ricava evitando di inserire il proprio giudizio nella storia e concentrandosi sul motivo per cui si sta scrivendo proprio quella trama. Si tratta di una storia d'amore? Fiducia? Vendetta? In ogni caso tutto dovrebbe avere una sua ragione d'essere. Usare un ambiente o un tema solo per sfruttarne la spettacolarità o la risonanza tematica senza parlarne veramente non è sbagliato di per sé... ma magari intellettualmente un po' scorretto.

C'è da dire che sarebbe bello, e lo dico da lettore e spettatore, che nella mente di chi legge e guarda si presentasse con maggior frequenza la voglia di comprendere cosa ci stia dicendo quel tipo che ci sta raccontando una storia, che ha passato molto tempo della sua vita a metterla su carta o su pellicola. Venere in Pelliccia o Secretary, per citare gli esempi più illustri, sono storie che parlano molto e dicono molto più della somma delle parole che sono state pronunciate dagli attori. Ci pungolano usando contro di noi i nostri stessi imbarazzi, mettendo in scena dei tabù e dei mondi che di solito non vediamo, ma non per questo cercano di offenderci. Al più provano a scuotere, a smuovere acque che di solito restano quiete, e quindi rischiano di stagnare, nelle nostre menti. Offrono spunti, specchi in cui riflettersi. Alla fine, è una delle ragioni per cui si raccontano storie.

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