giovedì 26 febbraio 2015

Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza (Sono contento di sentire che state bene)



Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza. Film di Roy Andersson, vincitore del Leone d’Oro 2014. Tragicommedia sulla Lebenslust (passione per la vita).


Non è un film!
Non mi ha mica ha fatto ridere.’
Bho, io ho dormito.

Chiacchiere da fine proiezione a cui Andersson avrebbe semplicemente risposto: ‘Come state? Sono contento di sentire che state bene.’. L’ipocrisia era anche nelle parole di chi, pur dovendo ancora riflettere, pronunciava generici: ‘Mi è piaciuto e a te?’ cercando conforto nell’opinione dell’amico per lo smarrimento causato dal linguaggio cinematografico dell'opera.
Un filo conduttore nel film c'è ed è costituito da tutti noi, homo sapiens, vivisezionati e buttati davanti alla telecamera nudi e crudi, quasi sempre indecorosi, in trentanove episodi diversi perché Andersson ha lavorato sull'esistenza e su ciò che la caratterizza, i molteplici sentimenti, situazioni e cadute.
Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza è lento da digerire, un film profondo (il regista ha impiegato quattro anni per realizzarlo) intriso di un umorismo grottesco utilizzato per creare un effetto di straniamento  nello spettatore. “Il pregio principale del teatro epico, basato sullo straniamento, il cui scopo è rappresentare il mondo in maniera che divenga maneggevole, è precisamente la sua naturalezza, il suo carattere tutto terrestre, il suo umorismo, la sua rinuncia a tutte le incrostazioni mistiche che il teatro tradizionale si porta appresso fin dall’antichità.” (cit. Brecht) dunque osservare l’uomo ci sprona a criticare, riflettere e se anche Andersson non elimina tutti gli elementi illusori (è cinema non teatro) riesce ugualmente, attraverso le maschere degli attori (il trucco che li rende pallidi) e i colori verdastri della fotografia, a non farci immedesimare nei protagonisti del film mantenendoci al livello di semplici osservatori. Dei piccioni riflessivi sul ramo dell’esistenza.

Scorgiamo il non senso della vita, la monotonia della quotidianità e tanta solitudine nei trentanove quadri del film. Soprattutto ritroviamo la realtà della vita con una lucidità da cui scaturiscono comicità e tragedia. Parlo di quadri, e non di scene, per diverse ragioni:

- l’idea del regista nasce anche da un'opera intitolata Cacciatori nella neve (di P. Bruegel il Vecchio) perciò, come faceva Luchino Visconti, dall'arte pittorica astrae lezioni di filosofia, estetica e bellezza. L'estetica, ad esempio, è costituita da una messa in scena fredda, pulita dai fronzoli, è presente solamente l’essenziale. Gli attori vestono abiti dai colori tenui e il trucco li rende pallidi e simili l’uno all’altro.

- Ciascuna pièce emerge rielaborata come fosse un sogno autonomo. Nello stato precedente c’erano sentimenti, azioni e cadute e ritorni che sono stati sintetizzati in un unico fugace episodio, proprio come accade ai dipinti.

- Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza è una dimensione globale, ci avvolge tutti nel passato e nel futuro e si ispira alla Nuova Oggettività, specie al lavoro pittorico di Otto Dix.

- Il regista utilizza la telecamera fissa (e una sola ripresa per ciascuna scena) come agli albori del cinema, su campi visivi profondi delimitati dalle tre pareti di un ambiente domestico o pubblico (ospedale, un brutto albergo di Göteborg) con arredi scarni e poche comparse. Gli attori entrano ed escono dai lati conquistandoci con goffezza e comicità. Quarta parete assente, come a teatro, assieme a un vaghissimo sapore di slapstick comedy.

Le 39 scene

Si inizia con la fine del tutto, cioè con un trittico sulla morte: una cameriera offre, gratuitamente, ai presenti in sala mensa, il pranzo di un uomo deceduto accidentalmente perché ‘Non è giusto pagare due volte una consumazione ed è un peccato buttarla.’.  Poi, conosciamo i due personaggi ricorrenti del film, i venditori ambulanti Sam e Jonathan, che si definiscono professionisti della risata con i loro imperdibili, e già obsoleti, articoli: la maschera di Zio Dentone, il sacchetto della risata e i denti da vampiro coi canini lunghi, lunghi (Andersson ha girato molti spot anche per ottenere i finanziamenti per realizzare i suoi progetti artistici). Non mancano le incongruenze spazio temporali con Carlo XII di Svezia (simbolo della destra svedese) che si ferma a ordinare, in un moderno bar, un'acqua minerale naturale prima di partire per la fallimentare Campagna di Poltava contro i Russi, e chiede al giovane barista di arruolarsi in guerra per dormire assieme sotto la stessa tenda. Carlo XII di Svezia ritornerà, una volta sconfitto, al bar con l'armata distrutta e l'impellente necessità di usare il bagno, purtroppo occupato, così da delineare una splendida caricatura del potere. Altro personaggio, quello di un ufficiale che giunge sempre troppo tardi agli appuntamenti  per mancanza di tempo o perché chi aspettava gli ha dato buca, una figura per rappresentare il mondo affaristico teso all’avarizia e incapace di empatia. E poi le telefonate, in diverse scene, tra personaggi calati nelle situazioni più assurde, un uomo in procinto di suicidarsi, una scienziata impegnata in un eletroshock a una scimmia, tutti ripetono monotoni: 'Sono contento di sentire che state bene.'.   Se un piccione, seduto su un ramo, si fermasse a osservare l’uomo cosa vedrebbe? Una gamma immensa di sentimenti e un essere umano triviale. Perderebbe ore sul ramo a scrutare umiliazioni, mancanza di empatia, episodi banali, orrori (come l’esperimento della scimmia), stupidità, avarizia ma Andersson non dipinge un inno contro l’amore per la vita, lui si analizza e ci analizza senza compassione per darci una possibilità di riscatto, il riscatto dell'autocritica e dell'umorismo. Non è un film, è pura satira.

1 commento:

  1. Dobbiamo assolutamente recuperare gli altri due episodi della trilogia: Canzoni del secondo piano e You, the Living.

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