mercoledì 18 marzo 2015

Autómata - evoluzione della specie



Automata si ambienta nell'anno 2044, la Terra è ormai devastata dall'inquinamento, dalle guerre e in generale dalle attività umane. Buona parte del pianeta è desertico, la popolazione è ridotta ad alcuni milioni di individui che sopravvivono barricandosi in città in cui concentrano risorse ed energia. Gli esseri umani convivono con i Pilgrim 7000, una generazione di automi inizialmente creata per tentare un'opera di recupero del pianeta. Fallito tale piano, ecco che i robot diventano servi fedeli e obbedienti degli uomini.

Come nella migliore delle tradizioni di fantascienza, gli automi sono costruiti per rispondere a due regole fondamentali, incise nel profondo del loro "bio-kernel":

  1. Un automa non può arrecare danno ad alcuna forma di vita

  2. Un automa non può modificare se stesso, né altri automi

La storia inizia con il ritrovamento da parte del poliziotto Sean Wallace (Dylan McDermott) di un automa intento a ripararsi da solo. Wallace odia gli automi e coglie l'opportunità di quell'atteggiamento irregolare per sparargli un colpo in testa e disattivarlo. I resti del robot vengono portati alla casa di fabbricazione dove Jacq Vaucan (Antonio Banderas), agente assicurativo impiegato della compagnia, è chiamato ad occuparsi del caso. Le indagini porteranno Jacq a scoprire che esistono automi in grado di violare il secondo protocollo, e quindi di modificarsi e apprendere.

Nella prima parte del film il regista Gabe Ibáñez dipinge una società piena di ombre e di paure. Jacq ci viene presentato mentre sta esaminando un incidente domestico e accertando se effettivamente ci sia la responsabilità dell'automa che presta servizio in quella famiglia. Un uomo gli urla contro che nessuna cifra potrà mai restituirgli il suo cane, che aveva chiesto all'automa di spazzolarlo e lui ci ha messo tanta forza da graffiare a morte l'animale. Jacq afferra un coltello, tenta di farsi del male ma il Pilgrim, rapidissimo, lo ferma. Il robot funziona, e come dice Jacq: "E' l'unico qui che non sarebbe mai capace di far male a nessuno."

La città è come quella di Blade Runner e dei romanzi cyberpunk, è il luogo in cui l'umanità si perde tra mille stimoli inutili e vuoti, il posto in cui gli uomini dimenticano di essere parte di un tutto e lottano uno contro l'altro per un po' di ricchezza in più e per tirare avanti un altro giorno. Non a caso il protagonista sogna di portare la famiglia lontano, a vedere l'oceano che neanche lui ha mai visto di persona ma che gli evoca sensazioni di tranquillità e solitudine.

Contrapposto all'ambiente urbano c'è poi quello esterno. Fuori dalla mura, dove l'indagine finirà per condurre Jacq, c'è solo sabbia e polvere. E' il mondo che un tempo era verde e che adesso porta le cicatrici degli errori dell'uomo. Solo gli scarafaggi sopravvivono lì e solo gli automi divenuti capaci di modificarsi lo possono reclamare coma casa. Allontanarsi dalla città ed entrare in quel mondo selvaggio per Jacq è anche un percorso interiore che lo porta in contatto con la sua umanità sopita e gli permette di guardare con occhi nuovi e maggiore lucidità il mondo civile che si è lasciato alle spalle. Contemporaneamente il suo viaggio è anche la prova che è pur sempre un essere umano e che ogni metro che lo separa dalla città lo porta più vicino alla morte.

Automata si basa su un rovesciamento dei ruoli che normalmente sono attribuiti a uomini e macchine. Non ci sono robot malvagi qui, non esistono macchine assassine né cospirazioni volte a far finire la razza umana. Gli automi, anzi, sono i pacifici figli degli uomini, gli eredi di un mondo che i padri non potrebbero comunque più utilizzare. Gli uomini d'altro canto, sono pieni di paura. Anche di fronte all'inevitabile fine del loro tempo (di cui loro stessi sono stati causa) non sono capaci di riconoscere che la vita ha trovato un modo per continuare a esistere in quell'ambiente martoriato.

Il film, nonostante veda contrapporsi sulla scena esseri umani e robot, non parla del rapporto uomo-macchina. Nella maggior parte dei casi quando si costruisce una storia utilizzando l'ingrediente degli androidi, lo si fa per affrontare argomenti che riguardano la coscienza e l'umanità. In Blade Runner, per citare il caso più famoso al mondo, ci si chiede continuamente se il protagonista sia un replicante oppure no. E soprattutto, ha importanza? Che cosa distingue l'uomo da una macchina quando la macchina è dotata di ricordi, obiettivi, personalità e perfino della paura della morte? Più o meno lo stesso tema viene trattato (con molta meno efficacia) nel film Io, Robot, libero adattamento dell'omonima antologia di Asimov.
Restando su Asimov, ne L'uomo bicentenario si usa l'espediente dell'androide per parlare della definizione di essere umano. Il protagonista è un automa che nel corso di una lunghissima vita conquista passo dopo passo lo status di "essere umano", acquisendo tutti quegli elementi che normalmente definisono un uomo sia dal punto di vista personale (un nome e un cognome), sia da quello sociale (un conto in banca, un mestiere), sia da quello biologico (la possibilità di morire).

Automata sposta il centro di narrazione. I robot non fanno da specchio per l'umanità, né sono lì perché vogliono essere riconosciuti. Gli automi sono i nuovi abitatori del pianeta, sono il prossimo passo dell'evoluzione. L'uomo ormai ha interrotto la propria corsa biologica, la sua evoluzione naturale si è adagiata sulla miriade di sistemi tecnologici inventati per preservare sé stesso e il suo stile di vita. Proprio da questa tecnica l'uomo ha generato, senza rendersene conto, il suo stesso erede evolutivo. Ha creato gli automi perché potevano agire e lavorare in zone invivibili, li ha dotati di cervelli elettronici che una volta in grado di apprendere potevano diventare più efficienti della mente umana. In definitiva, l'uomo ha dato ai robot tutte le caratteristiche necessarie e come una sorta di divinità li ha creati a propria immagine e somiglianza, dandogli una forma umanoide con gambe, braccia e una testa su cui ha posto maschere che li facessero apparire più umani. Gli automi non gradiscono quelle maschere, non sono legati necessariamente a una linea antropomorfa e anzi, nel momento in cui riescono da soli a creare un nuovo robot gli conferiscono un aspetto più simile agli scarafaggi del deserto che a quella dei progenitori umani.

In Automata si affronta il tema della fine, delle responsabilità degli uomini nei confronti del futuro del pianeta, e soprattutto si parla della paura umana. Gli uomini non accettano di aver creato degli eredi alla vita, perché questi diventano automaticamente il riflesso della fine e del fallimento della società. Si oppongono quindi a questi automi liberati, cercano con ogni mezzo di trovarli e ucciderli anche se, nel corso dell'intero film, mai si ha anche solo il sospetto che il primo protocollo possa essere infranto. Gli automi restano incapaci di nuocere ad ogni forma di vita e tutto ciò che fanno è seguire un richiamo, un destino, che li spinge ad allontanarsi dal loro luogo di creazione per raggiungere quelle terre di sabbia e polvere in cui solo loro potranno vivere.

Quello di Automata è un universo rovesciato rispetto a quelli usuali. Ibáñez usa l'alternanza degli ambienti urbani e desertici per dipingere un affresco impietoso e definitivo degli uomini. Le scene di violenza assumono un significato diverso con il progredire della storia e si fanno più angoscianti quando la comprensione di cosa siano effettivamente gli automi aumenta.
Tralasciando alcuni dialoghi forse un po' forzati e alcune scene eccessive (di tanto in tanto la descrizione della malvagità umana assume toni da fumetto, che stonano con la vividezza del film), Automata funziona e ha il grande pregio di usare ingredienti molto noti, quasi banali, mescolandoli in una ricetta nuova, amara ma efficace. Nonostante venga etichettato come fantascienza e thriller, il film punta molto sulle atmosfere e le scene d'azione sono relativamente ridotte. In questo affresco l'elemento più complesso da digerire è proprio questa visione manichea, con gli umani "cattivi" da una parte e i robot "pacifici" dall'altra. Se da un lato questa netta dicotomia permette alla storia di assumere un retrogusto quasi epico, da parabola, dall'altro appiattisce i personaggi rendendo ognuno di loro araldo di una visione molto netta del mondo.
Una scelta sicuramente premeditata che può non piacere e magari rende la trama un po' più statica, ma non per questo ne fiacca l'atmosfera.

Automata non fa mistero di omaggiare e prendere molti spunti dai racconti di Asimov, ma riadatta tutto quanto a servizio di un'impostazione piuttosto originale che merita la visione, soprattutto da parte di chi già ama la fantascienza classica e non ha problemi con i film in cui non si spara (troppo).

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