lunedì 20 aprile 2015

Chappie (o Humandroid) - circuiti adolescenziali



Ci sono piatti che hanno un sapore strano. E per quanto "strano" sia uno di quegli aggettivi di ripiego che ti auguri di non dover utilizzare mai, capita che sia quello opportuno. Chappie è un film strano, la cui riuscita dipende molto dallo spirito con cui ti metti seduto al cinema. Un po' come se ti venisse servito un piatto di pasta in sugo di frutta. Magari sei in vena di sperimentare, o ti andava un sapore fresco. Allora ti gusti la novità, ci ridi sopra con gli amici e tutto va bene; ma può anche darsi che arrivi a tavola stanco, dopo una brutta giornata, e allora certi accostamenti sono difficili da perdonare allo chef.

Spieghiamoci meglio. Il film Chappie è l'ultima fatica di Neill Blomkamp, già regista del notevolissimo District 9 e del mezzo riuscito Elysium. Siamo a Johannesburg, in un futuro prossimo. La robotica ha fatto passi da gigante grazie a un talentuoso e giovane ingegnere che ha creato gli "scout", androidi governati da una sofisticata intelligenza artificiale e impiegati dalla polizia per la lotta al crimine. Di fatto gli scout hanno quasi del tutto sostituito gli agenti umani e il risultato è stato un netto abbassamento del tasso di criminalità. Non che i poco di buono non esistono, e infatti la storia di Chappie nasce dall'unione di due ingredienti. Da un lato ci sono tre assurdi gangster (interpretati dai Die Antwoord, un gruppo rap della scena sudafricana): Ninja, Yolandi e America. Hanno un grosso debito con un violento boss della zona ma non sanno dove recuperare i soldi visto che qualsiasi rapina andrebbe malissimo per l'intervento degli scout. Dall'altro lato c'è Deon, l'ingegnere inventore degli androidi, che ha finalmente coronato il suo sogno e creato un'intelligenza artificiale capace non solo di apprendere, ma anche di riconoscere il bello e farsi delle opinioni. Deon vuole testare questa sua invenzione e, ricevuto il no dei suoi superiori, procede di nascosto portando fuori dalla fabbrica uno scout dismesso per fare da cavia.

Ninja e gli altri decidono che l'unico modo di porre fine ai loro problemi è mettersi in condizione di fare i criminali come si deve, e quindi hanno bisogno di un modo per spegnere gli scout quando li dovranno fronteggiare. E quale sistema migliore se non rapire Deon e apprendere da lui come spegnere i robot? Deon però ammette che è impossibile: gli androidi sono fatti apposta proprio per essere immuni da manomissioni del genere. Ninja e compagni non si arrendono e quando vedono il robot ancora smontato obbligano l'ingegnere a programmarlo perché combatta per loro. Deon lo usa quindi per testare il suo nuovo programma e avverte i malviventi: sarà come un bambino all'inizio, anche se il suo cervello sarà molto più rapido di quello umano, dovrò comunque apprendere giorno per giorno e sarà necessario educarlo. Così nasce Chappie, un androide che si comporta come un adolescente e che risente dello stile dei suoi improbabili genitori adottivi.

A condire tutto quanto c'è un cattivo. Un antagonista interpretato da uno... strano... Hugh Jackman. Si chiama Vincent ed è un ingegnere ed ex militare, rivale di Deon. Vincent ha progettato il Moose, un enorme robot che ricorda in tutto e per tutto l'ED-209 di RoboCop, solo più grande e meglio armato. Il Moose si guida con un elmo che messo sul capo di un uomo ne interpreta il pensiero e permette di pilotare in remoto il robot. Questo losco ingegnere invidia il successo di Deon, e quando si accorge delle sue manovre decide di sfruttare l'occasione per provocare un incidente e dimostrare l'efficacia del suo pargolo robotico.

Qui i fatti iniziano a diventare strani. Premetto che a me il film è piaciuto abbastanza, mi ha lasciato una buona sensazione addosso e mi ha riportato a quando da piccolo vidi per la prima volta Corto Circuito. Eppure riconosco che è un film sconnesso a cui è estremamente facile trovare difetti, soprattutto nella trama.
Qui a Bordopagina si parla soprattutto di storie e strutture, quindi sul resto mi limiterò a dire che nel complesso il film si vede e si segue bene, ha un buon ritmo e una fotografia molto colorata rispetto a quella a cui Blomkamp ha abituato il suo pubblico. Ma credo sia voluto, proprio in considerazione della storia: Chappie è una fiaba, né più né meno.

Quando si scrive una fiaba (generalizzando) si usano metafore semplici e dirette, che non significa per forza banali. Il mondo delle fiabe può far paura, può far ridere, si presta a molti generi e temi ma in tutti i casi applica la stessa semplificazione sui personaggi e sulle situazioni che in questo modo diventano specchio di qualcos'altro. Ad esempio, una delle più classiche situazioni della fiaba (soprattutto fantastica) è la raccomandazione che viene fatta al protagonista di turno "Non abbandonare mai il sentiero". Ovviamente è una metafora, nella testa dell'autore abbandonare il sentiero deve rappresentare più del mero atto fisico del personaggio, ma è una semplificazione potente perché riduce un intero insieme di problemi a una singola, piccola azione. Chappie segue lo stesso principio. Come nel brutto anatroccolo, che nel film viene letto da Yolandi a Chappie, anche lui deve trovare il proprio posto in un mondo di persone fatte diversamente da lui. Lui sa di essere fisicamente diverso dagli altri, ma condivide con loro lo stesso bisogno di riconoscimento, affetto e curiosità
Deon rappresenta più di un padre, è il creatore (come lui stesso si definisce), è colui che lo ha creato. E come ogni buon creatore non sa cosa dire quando Chappie, una volta scoperto che la sua batteria è difettosa e non potrà essere sostituita una volta scarica, gli chiede perché l'abbia creato per morire. Vincent è il lato oscuro dell'uomo. E' un bigotto che si trincera dietro alla necessità di ordine e legge per sfogare la sua violenza, non a caso è lui che ha creato l'unico robot del film che non sembra umano. I tre gangster sono persone che hanno perduto la propria umanità e infatti vengono rappresentati in modo volutamente inverosimile, sopra le righe, caricaturale.

Chappie è in corsa per trovare un proprio posto nel mondo e farlo prima che la propria batteria vada a zero segnandone la morte. Una metafora semplice e d'effetto, sebbene in chiave tecnologica, per un il percorso di qualsiasi uomo. Chappie si trova a dover confrontare la propria ingenuità con le bugie del mondo intorno a lui. Il creatore gli nasconde le verità, il padre lo usa per renderlo uno strumento del proprio successo, la madre vuole rappresentare tutto ciò che c'è di buono ma non prende posizione di fronte al male... tutti hanno una visione del mondo da offrire e Chappie deve scegliere a chi credere, quali battaglie portare a termine e deve trovare un modo per salvare la propria vita dalla morte.
Il finale, per me, è uno dei punti più oscuri. Quello che accade è ancor più surreale del resto del film e sembra voler dire che non importa quale sia il nostro aspetto esteriore. Se si accetta che il nostro guscio non è necessariamente ciò che ci definisce allora chiunque può ambire a una qualche forma di immortalità.

Sì ma dov'è lo "strano", dunque? Lo strano si crea quando cozzano tra loro queste due dimensioni così vivide. Da una parte la fiaba con tutte le sue semplificazioni e dall'altra un mondo vividissimo, anche socialmente, che rispetta con rigore tutte le regole dell'agire umano. Metà del film si attiene alla farsa fiabesca in cui tutto può accadere e le regole sono semplici e spigolose. L'altra metà richiama esattamente la realtà, con tutte le sfumature, le approssimazioni, il groviglio di norme a cui un uomo è sottoposto sul lavoro e negli affetti. E diventa strano. Strano che in un ufficio una persona possa puntare una pistola alla tempia di un'altra e poi cavarsela con "stavo solo scherzando", strano che un androide con un'intelligenza tale da infilare una coscienza in una playstation poi cada in tranelli davvero, davvero semplici.

Tutto considerato mi aspettavo di più da Blomkamp, mi aspettavo una storia più corposa che, quand'anche si fosse rivelata una fiaba, avrebbe comunque contenuto un centro più denso e ricco. Chappie è come una grande impalcatura tenuta insieme dallo spago, e ha davvero la leggerezza e la freschezza di quei film della domenica degli anni '90, o di pellicole come Corto Circuito, in cui non era molto importante il modo in cui la storia andava avanti ma solo la sensazione che ti lasciava addosso dopo, all'apparire dei titoli di coda. Chappie secondo me può lasciarne di buone, ma solo se si è predisposti ad accettare un po' di cose e se ci si siede con lo sguardo tranquillo e rilassato di certe domeniche pomeriggio d'estate.

Nonostante non ci si avvicini neanche al fascino di District 9, la visione per quanto mi riguarda è consigliata. Anche perché è probabile che non vi siate mai seduti di fronte a un piatto simile, nel bene e nel male.

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