martedì 12 maggio 2015

Phoenix. Il segreto del suo volto.



Titolo originale Phoenix.
Soggetto tratto dal libro Les retour des cendres di Hubert Monteilhet.

Phoenix, del regista Christian Petzold, è una storia sul ritorno a casa, e sulla conseguente ricerca della propria identità, intrecciata alla narrazione della fine di un amore. E' ambientato nella Germania post bellica. Il regista ha dedicato il lavoro al giudice e pubblico ministero Fritz Bauer, che giocò un ruolo fondamentale nell’avvio del processo Frankfurt Auschwitz. Petzold aveva in precedenza affrontato, con il film Barbara, interpretato anch’esso da Nina Hoss, il tema della nascita di un amore nella Germania dell’Est nel 1980.

Le intenzioni del film.

Nelly è ricoverata in un ospedale, è stata appena liberata dopo l’internamento in un campo di concentramento e, a causa delle ferite e i traumi subiti, necessita di un intervento di chirurgia plastica di ricostruzione del volto. Chiede espressamente al chirurgo di restituirle, nel limite del possibile, il viso che le apparteneva prima della Grande Guerra e dello scempio compiuto dal nazismo. Desidera farsi riconoscere dal marito, Johnny, e spera di poterlo ritrovare tra i sopravvissuti. Johannes non è ebreo perciò potrebbe ancora vivere nella loro città, Berlino.

Quando Nelly, ancora ferita e piena di speranze, rivede Berlino in macerie (la casa dove abitava è stata distrutta assieme all’intero quartiere e ai punti di riferimento della sua esistenza precedente) scopre di possedere solamente dei ricordi di chi era prima della guerra e di non poter trovare alcun conforto nel ritorno a casa. Gli amici con cui condivideva valori, emozioni, sono dispersi o morti o, peggio, hanno tradito e denunciato i loro conoscenti di fede ebraica ai nazisti, così il senso di appartenenza a una comunità di Nelly, assieme alla sua identità, sono in rovina quanto Berlino, ma Nelly non accetta di voltare pagina e rimane ancorata al passato, struggendosi di nostalgia e rifiutando di elaborare i suoi lutti.

Nel 1945 fra i tedeschi era d’uso frequente l’espressione Stunde Null (l’ora zero), bisognava rimboccarsi le maniche e ricostruire lo stato, senza ripensamenti, proiettati a un nuovo inizio e voltando le spalle a ogni esame di coscienza. Fame e povertà, dopo i pesanti bombardamenti subiti, favorirono l'accantonamento dei sensi di colpa e dell’elaborazione del passato nazista.
"Ho sempre pensato a Berlino in rovina come a un fuoco che si spegne, ma in cui si vedono ancora dei piccoli carboni ardenti, e ho sempre immaginato che uno di quei piccoli carboni ardenti fosse Cabaret, con Liza Minnelli, e che bisognasse soffiare sulle braci per far apparire quella luce rossa. Quella luce rossa rappresenta il tentativo dei sopravvissuti di tornare all’epoca precedente."  Petzold

La prima negazione di Nelly è la ricerca di Johnny. L’amica Lene l’aveva avvertita, sicuramente era colpa del marito se i nazisti avevano scoperto il rifiugio sul lago di Nelly e lei era stata deportata. Nelly non crede a Lene, nonostante l’evidenza delle prove a sfavore del marito, ma cerca e scova Johnny in un locale, il Phoenix, dove lui lavora come garzone. Johnny non la riconosce, o meglio, rifiuta la realtà (un chiaro rimando al negazionismo tedesco) e le propone di venire a vivere con lui e spacciarsi per la moglie defunta. Johnny la vuole coinvolgere in un complotto atto a mettere mano alla cospicua eredità intestata a Nelly (i parenti sono stati tutti uccisi nei campi di sterminio). Nelly accetta ma non gli rivela la sua vera identità e si mette in attesa, Johnny prima o poi la riconoscerà e il loro amore, che tanto l’aveva consolata nei periodo di prigionia, potrà tornare quello di prima della guerra.

Nelly rifiuta inoltre di aver perso il suo mondo, la se stessa che conosceva, il suo popolo, la sua terra. Non appartiene più alla Germania, nessun profondo legame la unisce alle macerie di Berlino. C'è posto solo per la malinconia. Nelly non rinasce ma, ostacolo dopo ostacolo, si perde abbandonando la speranza. Sono gli occhi degli amici a dirle che il tempo della fiducia è finito, quando li incontra per prima volta alla stazione dei treni, deve fingere di essere la Nelly di sempre, vestita di rosso, coi tacchi alti, sorridente. Non è successo nulla, nessuno vuol parlare dei campi di concentramento, c'è posto solo per la ricostruzione. Stunde Null.

Il risultato. L'idea e le intenzioni del regista sono ottime ma la sceneggiatura è prevedibile e non si innalza mai, perdendo forza e lirismo. L'amica ebrea Lene dovrebbe rappresentare la visione opposta di Nelly, il rifiuto del ritorno a casa (in Germania), ma nemmeno il suicidio di Lene scuote l'indifferenza di Nelly come se le due amiche parlassero lingue diverse e non appartenessero alla medesima identità, il popolo ebraico ferito.

Il personaggio di Nelly è rigido, di cera, non sono incisivi i suoi ricordi del campo di concentramento e non credibili le scene in cui il marito non la riconosce, alla fine il viso di Nelly, dopo l'operazione di ricostruzione, è praticamente identico a quello della donna che ha sposato.

I veri paradisi sono i paradisi che si sono perduti (Proust) e il film comunica la crisi di identità della protagonista, manca purtroppo un pizzico di imprevedibilità.

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