mercoledì 24 giugno 2015

The Rover



Forse è stata la visione di quei ghiotti spuntini a base di lucertole vive, o forse il fascino del chitarrista pazzo... ma dopo Mad Max mi è risalita la curiosità per le storie di fantascienza post apocalittica. Quindi mi sono rivisto The Rover. Per la regia di David Michôd, nel 2014 esce The Rover, interpretato da buon Guy Pearce e un notevolissimo Robert Pattinson.

The Rover è l'esempio pratico di come una serie di elementi molto simili a quelli di Mad Max (soprattutto i vecchi capitoli) possano essere utilizzati in modo molto diverso. Qui tutta la storia è incentrata sui personaggi, su quello che pensano e provano, e le azioni non sono una metafora di quel che sta accadendo dentro di loro ma sono la brutale, fredda e immediata conseguenza di questi stati d'animo. E' un film che parla di umanità perduta, di come un uomo solo non sia niente e di disperazione. Come sempre, andiamo con ordine.

La storia

La trama è semplicissima. Eric è un uomo rimasto completamente solo, vaga senza meta in un modo in cui la crisi e le guerre hanno devastato la società civile di cui non restano che pochi brandelli. Cibo e acqua scarseggiano, la giustizia è sommaria, ogni uomo pensa a se stesso. Le coordinate, quindi, sono quelle di Mad Max, quelle tipiche del genere. Tre criminali in fuga rubano l'auto di Eric, lui li insegue semplicemente perché quell'auto è tutto ciò che ha. E' l'unica cosa al mondo che possa definire sua. Nel corso del suo inseguimento incontra Rey, un ragazzo affetto da una qualche lieve forma di ritardo mentale. Rey è il fratello di uno dei tre criminali che Eric sta inseguendo, è stato lasciato indietro perché ferito gravemente ed è l'unica persona che possa sapere dove siano andati. Nel corso del viaggio Eric sviluppa una certa compassione per l'ingenuità del ragazzo, convinto che il fratello lo stia aspettando e che gli voglia comunque bene. I due affrontano vari problemi lungo il viaggio finché raggiungono i tre criminali e Rey può finalmente confrontarsi con il fratello. La storia, di per sé, è ancora più semplice di quella di Mad Max, ma il tenore e il ritmo ricercano una maggior autorialità, uno stile più sporco e soffuso che permetta di calarsi in un racconto implosivo, in cui tutto avviene dentro i personaggi e per lo più in silenzio.

La violenza

In Mad Max la violenza è enorme, vistosa, continua. Serve, ovviamente, che sia così. Qui no, qui lo stile con cui la violenza viene messa in scena ricorda più, rispettosamente parlando, quella dei film di Kitano. E' fulminea, cruda, diretta, si manifesta e finisce subito. Non gode di alcuna spettacolarizzazione da parte della regia, di solito quando una pistola spara qualcuno muore, punto. E non è sbagliato. In un film quando c'è una scena di violenza lo spettatore è portato a pesare quello che vede sulla base di ciò che il regista gli vende. In Blade saltano teste in continuazione, ma non è un problema per nessuno perché la storia che si sta seguendo è un'altra. I combattimenti in realtà sono la spezia, l'elemento di fascinazione agli occhi del pubblico. Nel famoso finale di Seven il colpo di pistola è inquadrato da lontano e non "fa male". Comunica però ansia e tristezza, perché non è della violenza che ci importa, ma della caduta del protagonista che, di fatto, ha perso la sua sfida. In American History X la scena dello scalino è forse una delle scene più violente concepite da un regista. Eppure non si vede niente, tranne la vittima obbligata a mordere l'angolo di un gradino e il piede che si abbatte su di lui. In The Rover la violenza assomiglia a quella di Seven. I colpi non fanno stringere i denti allo spettatore, ma sono significativi. Ogni volta che i personaggi sparano è come se si lasciassero alle spalle un altro brandello di umanità e accettassero il gioco a cui quel mondo arido li invita.

La struttura

The Rover è un film scritto con una tecnica molto nota, quella in cui si mettono vicini due personaggi opposti che possano imparare uno dall'altro. E' un sistema con cui si possono costruire storie di ogni tipo, dalle commedie al dramma. In questo caso il rapporto tra i protagonisti è di stampo genitore - figlio, e la trovata più interessante sta nel fatto che Eric trasmetta al ragazzo la parte peggiore di sé senza rendersene conto. Eric infatti, colpito dall'ingenuità di Rey, cerca di aprirgli gli occhi ma di fatto gli inculca la propria visione del mondo, una visione priva di fiducia e speranza. Eric gli ripete che non esiste alcuna possibilità che il fratello lo credesse morto, lo ha sicuramente lasciato indietro per non portarsi appresso un peso. A quest'ora non lo sta aspettando, anzi. Gli dice che deve lottare, che deve esser sempre pronto a sparare perché solo così riuscirà a sopravvivere. Niente altro conta, solo sopravvivere. Rey, che è affascinato da Eric e che cerca una figura paterna ora che il fratello non è con lui, mette in pratica questi consigli immediatamente. La prima volta che spara, attraverso una porta chiusa, contro dei poliziotti, uccide per sbaglio una bambina. Rimane traumatizzato, ma Eric lo esorta a guardare avanti, a sopravvivere. Quindi Rey uccide ancora per salvare Eric da alcuni poliziotti. "Erano soltanto tre, è stato facile" gli dice. Alla fine Rey si trova di fronte al fratello, i due litigano e si sparano. Rey muore, l'altro no e verrà ucciso da Eric che, sul finale, mostra la ragione per cui teneva tanto alla sua macchina rubata da inseguirla per mezzo deserto. Come avviene spesso quando si usa questa struttura ogni personaggio è il termometro della storia dell'altro. Eric recupera un barlume di interesse per gli altri grazie al ragazzo mentre Rey si incattivisce, perde le speranze fino a spezzare i suoi stessi legami di sangue. Non è un caso che la sceneggiatura abbia concepito un Rey affetto da questa disabilità, serve a comunicare innocenza e a caricare di responsabilità la sua controparte.

Dove la sceneggiatura inciampa, semmai, è nella costruzione delle tappe del viaggio. Alcune scene appaiono gratuite, fuori contesto, slegate tra loro. Alcuni elementi come la signora che gestisce il bordello fatiscente o il nano che vende l'arma a Eric e finisce ucciso dalla sua stessa pistola sono anche affascinanti, ma inutili. Non aiutano a mettere a fuoco il mondo in cui ci muoviamo, e non dicono dei protagonisti più di quanto si sappia già. Ogni personaggio dovrebbe avere una sua funzione nella storia, qui alcuni sembrano star lì più che altro ad abbellire lo scenario.

Il post apocalittico

In questo caso fa da sfondo. In effetti la storia avrebbe potuto avere luogo in ambiente criminale, in un luogo sperduto del mondo che conosciamo o anche nel cuore di una metropoli tra persone senza più speranze di essere accettate in società. La scelta di ambientare tutto dopo la devastazione aiuta a non dover spiegare niente, permette allo spettatore di leggere la storia senza doversi continuamente chiedere dove siano tutti gli altri, o perché non possano semplicemente fuggire e andare altrove. Non essendoci un altrove, il cerchio si chiude lì. Ciò che secondo me stona con l'ambientazione è la polizia. C'è una polizia vera, con delle divise e con le radio. Quando Eric viene catturato l'ufficiale gli dice che non lo ucciderà perché lui non è una bestia e poi perché è la ragione per cui viene pagato. Questa botta di civiltà penso volesse servire per mettere Eric a confronto con la scelta opposta alla sua: si può vivere da uomini civili anche in un luogo devastato e arido; eppure messa in questa veste risulta debole. Infatti, allo stesso scopo, è molto più riuscita la figura della dottoressa (anche questa sfruttata per pochi minuti e poi dimenticata), che vive isolata, non chiede soldi per curare Rey e si prende cura dei cani di coloro che sono fuggiti in cerca di lavoro e soldi. La dottoressa è una persona sola che ha fatto una scelta, la polizia un'istituzione che ogni volta che appare (e accade più spesso di quanto non riappaia qualsiasi altro personaggio) rischia di spostare l'intera narrazione da un piano intimista che funziona benissimo a uno più sociale, e fuori fuoco.

In conclusione

E' un film che merita la visione, anche solo per vedere come possono essere utilizzati certi ambienti, o come possano essere raccontati due personaggi così diversi con pochissime parole. Il finale poi, che forse qualcuno potrebbe anche trovare deludente, è semplice, diretto, definitivo. Completa perfettamente il ritratto di Eric che con pochi gesti ci dice qualcosa per lui di molto intimo e nello stesso tempo rivela la sua umanità.

The Rover è un buon modo di usare il post apocalittico, in linea con i nostri tempi che cercano (e richiedono) spesso di affrontare temi legati a una crisi che è sia di valori che di mezzi. E' un film lento, che difficilmente accontenterà chi si aspetta grandi azioni e colpi di scena, ma funziona e racconta in modo vivido gli aspetti migliori e peggiori dei due protagonisti.

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