venerdì 3 luglio 2015

Garage Olimpo



Non puoi morire quando ti pare, siamo noi che decidiamo. Qua dentro noi siamo Dio.”

Garage Olimpo, film di Marco Bechis, è incentrato sul tema della violenza dello Stato contro i cittadini. Abusi, torture e umiliazioni, per scelta stilistica del regista, sono stati spogliati della loro connotazione temporale e geografica per innalzarli a rappresentazione di tutte le violenze compiute dalla legalità allo scopo di sedare, arrivando all'assassinio, i dissidenti politici. Ciascuna scena diviene dunque metafora delle sopraffazioni e delle ingiustizie compiute da chi detiene il potere contro il pensiero alternativo e la protesta.

La storia

Maria Fabiani, cittadina francese, vive in grande appartamento in città con la madre Gloria e alcuni affittuari tra cui Felix, che ha una cotta per lei. Ha diciotto anni, insegna a leggere e a scrivere agli abitanti delle favelas e aiuta anche un gruppo di attivisti politici nemici della dittatura militare Argentina. La polizia la cerca per interrogarla e l'ha soprannomina la Maestrina.

Un giorno la polizia militare irrompe nell’abitazione familiare e arresta Maria. Alla madre non viene dato alcun giustificativo o capo d’accusa, mentre la figlia viene trascinata in manette dentro un'automobile. “La troverete al Commissariato numero 23.”, è l’unica informazione e suona già come un depistaggio.

Maria sarà invece portata al Garage Olimpo, un garage sotterraneo dove i militari recludono e torturano i prigionieri politici e, proprio laggiù, incontrerà Felix (in veste di poliziotto) che innamorato di lei tenterà di salvarle la vita. Infatti Garage Olimpo è anche la narrazione del rapporto tra aguzzino e prigioniero.

Gloria, la madre, chiederà notizie della figlia al Commissariato 23 dove scoprirà di essere in compagnia di tante, troppe, nonne e madri nella sua stessa condizione. La negazione del capo del commissariato e dei suoi impiegati sulla sorte di Maria come prigioniera sarà la prima stridente violenza burocratica dello Stato padrone che la donna incontrerà nel tentativo di recuperare notizie sulla figlia scomparsa.

Questo è il mondo dei suoni per te. Da questo momento non vedrai mai più e se provi a guardare, ti cavo gli occhi con un cucchiaio.

La violenza

C'è una radio davanti all’ingresso della chirurgia (la stanzina dove i condannati vengono interrogati, completamente nudi, attraverso l'uso di scariche elettriche) e gli aguzzini prima di entrare la sintonizzano su dell'allegra musica latina o sulla cronaca di una qualche partita di calcio. Rappresenta il mondo di fuori, una normalità che irrompe rendendo ancora più insensata la violenza e raccontandoci il freddo sadismo della polizia di fronte al dolore dei prigionieri. Il mondo continua, indifferente, in larga parte ignorante.

Il regista non indugia in particolari macabri nelle scene di violenza, anzi la brutalità diventa sottintesa quando arriva al culmine così da assumere un carattere universale. Ci sono delle mosche sul viso di Maria, nuda, in chirurgia, dopo dieci ore di interrogatorio in cui non ha proferito parola né si è lamentata. Maria è inquadrata, magra, sofferente come una ragazzina innocente, volutamente spoglia da propositi sessuali.

I membri della polizia militare sono rappresentati come degli impiegati qualsiasi. Si attengono a procedure stabilite, fanno riunioni, timbrano il cartellino a fine turno, telefonano alla moglie per tranquillizzarla sul futuro famigliare e si attengono a tabelle le quali definiscono, in base a peso e altezza, il quantitativo massimo di corrente utilizzabile durante le ore di tortura (perché come dice Tigre a uno che ha esagerato: ‘la tabella non sta lì per niente’). Giocano a ping pong nell’atrio adiacente alle sale di tortura e reclusione, usano degli pseudonimi (Tigre, Texas, Turco) per evitare di far ricordare i loro veri nomi ai prigionieri che comunque girano costantemente bendati. Hanno voci distanti, fredde, opportuniste come il Turco che approfitterà della reclusione di Maria per convincere Gloria a vendergli, a fronte di una somma di denaro ridicola, il grande e bell'appartamento di città in cambio della speranza di rivedere Maria.

I prigionieri, quelli fortunati, puliscono e fanno manutenzione all’interno del Garage Olimpo, compresi gli strumenti di tortura, o sistemano le automobili degli impiegati. Gli altri prigionieri invece dopo la somministrazione di un vaccino vengono raccolti su dei camion con la promessa d'essere spediti in un carcere.

L'ambientazione

Il regista si sofferma su due ambienti: la città e il Garage Olimpo. La città ha colori accesi, c’è frastuono nelle strade e nei marciapiedi, e tanta gente ignara del destino dei Desaparecidos continua a scorrere come un fiume dalla superficie ipocrita e apparentemente inconsapevole dell’attività del regime. In basso ci sono i luoghi come Garage Olimpo, bui, senza possibilità di scampo, sofferenti e privi del frastuono della vita. Questa dicotomia costituisce l’ambientazione del film e uno dei punti massimi della sua poetica.

Personaggi

Felix e Maria. Maria, attivista politica, affronta la dittatura con la speranza di tornare libera. La sua opportunità di salvezza è Felix che, innamorato di lei, cerca di proteggerla e mantenerla in vita. Felix ha fame, tanta fame, d’affetto, intesa, stabilità, e giustifica il suo lavoro perché è per lui un mezzo di sostentamento. Lui pretende l'amore della sua prigioniera e sa di poterlo ottenere grazie alla posizione che ricopre. Maria con il tempo cederà ai desideri del suo carceriere facendo un passo indietro dai i propri principi e, con coraggio, cercherà di rivedere almeno una volta la luce del sole fuori dal Garage Olimpo.

Il personaggio di Felix nella storia poteva essere sfruttato meglio. Felix chiede poche concessioni al suo superiore Tigre a favore di Maria e subisce pochi ostacoli sia da parte dei colleghi sia da parte del capo. Forse sarebbe stato interessante stressare di più questo suo filo teso tra il senso di possessione provato per la sua reclusa e il dovere di obbedire agli ordini e tenere il comportamento morale idoneo a un poliziotto militare.

Gloria invece, la madre, rimane il medesimo personaggio per tutto il film, senza cambiare. Viene utilizzata per mostrare con quale pesante e alto muro di negazioni dovevano scontrarsi le madri e le nonne dei Desaparecidos, nonostante le loro legittime ricerche e richieste di spiegazioni.

Il film parte con il flashforward di una ragazza di nome Ana impegnata a mettere una bomba sotto il letto di un capo militare soprannominato Tigre. La scena della camera da letto è preceduta da un’altra in cui Ana in un bus riceve la consegna dello zaino con l'esplosivo. Questo prologo alla scena saliente (quando piazza la bomba sotto il letto) è dispersivo e inutile e rallenta l’inizio del film. Ana stessa poteva essere un personaggio con riserve narrative da scoprire ma è funzionale solo a consegnarci le ragioni del colpo di scena finale.

Conclusioni

La violenza mai eccessivamente esibita e i dialoghi essenziali rendono il film estremamente reale. Rimane nel cuore ciò che lo Stato non garantisce, togliendo dignità, diritti e famiglia quando usa la violenza. E proprio per nascondersi dai giudizi lo fa in un garage sotterraneo, un Olimpo dove gli dèi sono feroci e capricciosi e, senza pietà, decidono la tua sorte assieme a quella di un'intera nazione.

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