lunedì 17 agosto 2015

E' arrivata mia figlia - recensione senza spoiler



È arrivata mia figlia l'ho recuperato grazie alla buona usanza delle arene estive. Onestamente non sapevo cosa aspettarmi, il trailer mi aveva ricordato per certi versi Spanglish, sia come tematiche che come tipo di comicità. Si tratta di una pellicola brasiliana del 2015 per la regia di Anna Muylaert, una regista nativa di San Paolo, attiva fin dagli anni 90 e che si era fatta notare nel 2006 per L'anno in cui i miei genitori andarono in vacanza. Temevo che il film potesse virare troppo sul romantico o sulla critica sociale (niente di male, ma non sarebbe stata la serata giusta) e invece mi sono trovato di fronte una commedia deliziosa, molto superiore alle mie aspettative.

Trama

È arrivata mia figlia racconta la storia di Val, una donna che da tredici anni presta servizio come domestica nella grande casa di Carlos e Barbara. Val prepara tutti i pasti, pulisce le camere e fa da tata personale al figlio della ricca coppia, Fabinho, che ormai la considera come una madre. Val ha iniziato a fare quel lavoro per poter mandare dei soldi a casa da sua figlia Jessica, ancora piccola, accudita da altri parenti. Dieci anni fa i rapporti con la giovane Jessica si sono incrinati e le due donne non si sono più viste da allora; gli unici contatti si limitano alle telefonate.

La chiamata di Jessica per avvertire la madre del suo imminente arrivo è una sorpresa: la ragazza è cresciuta, vuole sostenere l'esame d'ingresso per una prestigiosa facoltà di architettura a San Paolo e ha bisogno di un appoggio. Val, però, non ha una casa sua. Lei vive dove lavora, ha una sorta di piccolo appartamentino all'interno della villa di Carlos e Barbara. L'arrivo di Jessica implica quindi una convivenza forzata tra ricchi e poveri, tra padroni e servi. Jessica è intelligente, sicura di sé e perfettamente consapevole di non essere al servizio di quella gente solo perché sua madre lo è. I comportamenti della ragazza hanno come effetto quello di conquistare le attenzioni di Carlos e Fabinho, di far indispettire Barbara e senza dubbio di mettere in imbarazzo Val.

Con il passare dei giorni le abitudini di tutti si modificano, costrette per la prima volta a mettersi di fronte a uno specchio nuovo, costituito da una semplice ragazzina venuta da un mondo lontanissimo e diverso. Val per prima dovrà ridefinire alcune parti di sé e decidere se restare arroccata sulle sue posizioni o accettare dei cambiamenti ma avere la possibilità di riavvicinarsi davvero alla figlia.

La forza delle attese (regia e scrittura)

La Muylaert riesce, come da manuale, a rendere la maggior parte delle sue inquadrature dei veri e propri simboli. La prima immagine che vediamo sullo schermo è un quadro costituito di due piani: nel primissimo piano si vede l'estremità superiore della spalliera di una sedia da esterno, vecchia e rovinata. In secondo piano, oltre la superficie blu di una piscina, un bel tavolino bianco molto più lussuoso. Su quella sedia si mette Val che è al telefono con sua figlia. Con una sola inquadratura la regista già introduce l'atmosfera generale del film (l'esistenza di due mondi sociali distinti) e uno dei temi più importanti, l'individuazione del proprio ruolo nel mondo. Nel corso del film questa tecnica visiva la si trova spesso, i protagonisti sono ritratti contro uno sfondo che esalta il loro stato d'animo o l'importanza delle decisioni appena prese. Il lavoro di scenografia e fotografia è minuzioso ma al tempo stesso naturale. Non si ha mai l'impressione che una scena sia stata visivamente forzata per far tornare il suo significato.

Altra peculiarità scelta dalla regista sono le attese e i silenzi, che sono lunghi ma mai troppo, terribilmente realistici. Val che si concede un minuto al sole, seduta in terrazza dopo aver steso i panni, è un momento assaporato con calma e non senza ragione. Soprattutto nelle prima scene infatti la Muylaert ci immerge nell'universo di Val, ci mostra il suo essere perennemente in servizio, i tempi stretti, le sveglie mattutine, la dedizione e il perfezionismo che mette sul lavoro. Val è la madre di quell'intera famiglia, si muove dietro le quinte della casa per permettere a tutti gli altri di vivere delle vite piene. E lo fa con amore: Val è sinceramente e genuinamente contenta della famiglia per cui lavora, adora Fabinho come fosse figlio suo e ne stima i genitori. Ma è anche persa in questo lavoro, senza nient'altro di suo. Per questo vederla ferma al sole, ad occhi chiusi, per qualche istante di riposo diventa un'immagine più dolce di quanto possa sembrare, così come diventa un'immagine quasi fastidiosa vederla camminare per il corridoio in controluce, ogni mattina, trascinandosi dietro l'aspirapolvere. Il punto è che la regista si concede il tempo necessario per far arrivare il peso di ogni gesto allo spettatore, senza paura di rallentare il ritmo del film. Certe inquadrature sono volutamente silenziose, spesso immobili, eppure comunicano sempre qualcosa.

Tutto il resto della regia si conforma attorno a queste necessarie attese e si struttura su dei tempi che non le facciano risaltare negativamente. In parole povere, il film è composto per lo più da inquadrature fisse o leggermente in movimento, ed è quasi raro trovarne una composta da campo e controcampo. Ovviamente una regia di questo tipo ha due conseguenze principali: la prima è che non diventa mai del tutto invisibile. Una buona regia dovrebbe (normalmente, ma non è una regola incisa nella pietra) trovare il modo di non farsi vedere e rendere del tutto naturale agli occhi dello spettatore il flusso delle immagini. Qui non è così perché di fronte a un quadro fisso con due personaggi che parlano (che comunque è una tecnica che si usa per essere più immersivi) capita spesso di chiedersi perché la regia non stacchi su un primo piano e quindi di pensarci, alla regia. La seconda conseguenza è che con una regia così volutamente statica, buona parte del carico emotivo viene delegato alla sceneggiatura e alla bravura degli attori.

Quindi parliamo di scrittura. La sceneggiatura di È arrivata mia figlia è un esempio ottimo di come un autore possa seguire quel consiglio d'oro che Neil Gaiman scrisse anni fa "C'è spazio per far significare le cose più di quanto appaiano". Questo film è fatto di elementi semplicissimi, assolutamente quotidiani. Non accade nulla di davvero sconvolgente e anzi, per certi versi alcuni passaggi sono addirittura prevedibili. Ma tutti significano anche qualcos'altro, da ognuno di loro dipende un tassello del percorso di maturazione che Val ha interrotto tredici anni fa, convinta che adagiarsi nel suo ruolo di domestica fosse la scelta migliore.

I dialoghi hanno (per quanto io abbia visto la versione doppiata) una naturalezza che potrei paragonare a quella dei film dei Coen. Non come genere, ovviamente, ma ci si crede che le persone parlino così, piene di indecisioni, dubbi e timidezze. Gli attori ovviamente fanno la loro parte, che qui svolgono egregiamente, ma è nel testo che questo clima di assoluta quotidianità viene costruito. E' facile farsi tentare e riempire un'inquadratura immobile di parole ma raramente è la scelta giusta. La Muylaert, che effettivamente è anche autrice della sceneggiatura, è riuscita a mantenersi molto equilibrata.

L'intreccio poi è interessante. In quella casa la quotidianità ha completamente preso il sopravvento e in quella routine si sono calcificati i ruoli dei personaggi. Tutto è fermo, adagiato su una sicurezza economica incrollabile che non incoraggia certo al dinamismo. Il padre di famiglia, Carlos, ha una storia alle spalle che probabilmente potrebbe meritare un film a sé. Eppure noi quella storia la intuiamo attraverso solamente due o tre scene. Qualcosa ci viene detto, tanto ci viene mostrato. Il suo percorso nel film è limitato in termini di minutaggio ma non è meno intenso di quello di Val o Jessica. Lo stesso si può dire di Barbara che si trova a confrontare il proprio ruolo nei confronti di Fabinho con quello acquisito da Val, che non lo ha partorito ma che è stata il suo riferimento fin da piccolissimo. La linea di trama più significativa e che scuote tutte le altre è ovviamente quella di Val e Jessica, su cui preferisco non anticipare niente.

"Non oltre la porta della cucina" (tematiche)

In È arrivata mia figlia c'è tutto: lotta di classe, pregiudizi dei ricchi verso i poveri e dei poveri verso i ricchi, la fragilità emotiva come prezzo dell'agiatezza economica, l'autodeterminazione, la maternità. Tutto quello che ci si poteva aspettare dal titolo e dal trailer e che accomuna questo film a molti altri, gradevolissimi, come il già citato Spanglish. Eppure È arrivata mia figlia trova il modo di dire la sua in modo magari non originalissimo ma personale. Nel corso del film non è accaduto quasi niente di ciò che mi aspettavo e anzi, alcune linee di trama si sono risolte in un modo del tutto inaspettato, spesso con implicazioni comiche molto divertenti.

Paradossalmente questi sprazzi di originalità scaturiscono proprio dalla volontà della regista di attenersi a un realismo rigoroso. Accade quel che è naturale far accadere, i personaggi reagiscono in modo estremamente coerente ai loro bisogni e ai trascorsi. Ogni possibilità di sviluppare la trama in una direzione che possa apparire romanzesca viene rifiutata e da qui nasce prima un effetto "Ma dài!" che subito diventa un "Beh, effettivamente...".

Il tema portante del film resta quello espresso nell'inquadratura iniziale, cioè la necessità di capire quale sia il proprio posto. Per il bene o per il male Val e Jessica si sono allontanate l'una dall'altra. Posto che non è cosa naturale farlo per una madre e una figlia, è necessario capire perché questa situazione si è verificata e magari riparare. Jessica chiama la madre per nome, Val, proprio a rimarcare (in modo un po' scontato, ma anche qui naturalissimo), che non considera più quella donna nel ruolo che dovrebbe avere. Recuperare questa situazione non è facile: certi film o romanzi possono dotare i personaggi di una razionalità o di motivazioni particolarmente forti e far accomodare tutto nel giro di una conversazione... ma non funziona davvero così. I conflitti tra persone, specie se legate dal sangue, possono andare avanti per anni e le parole più banali, che da sole basterebbero a ricucire lo strappo, non comparire mai sulle labbra di nessuno. È arrivata mia figlia riesce a rendere esattamente questo tipo di atmosfera.

Conclusioni

È arrivata mia figlia non è un capolavoro, non credo che farà la storia di questo genere, ma vale. E' un'opera raccolta, modesta nei mezzi e nei contenuti ma che riesce a trasmettere tutte le emozioni che mette in scena. Lo consiglio vivamente a chiunque non ami il cinema solo per "guardarsi un film e spegnere il cervello", e soprattutto a chi si è goduto commedie intimiste come Sideways o Little Miss Sunshine.

Un'ultima cosa: a tratti potreste farvi distrarre dall'abbigliamento eccentrico di Barbara. No. Non lo fate. Sono le magliette di Carlos che dovete tenere d'occhio. Potrebbero darvi delle soddisfazioni.

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