venerdì 4 settembre 2015

Southpaw. Un film sulla boxe, senza la boxe.



La boxe è uno sport di dedizione e fatica dove, a un buon livello, prevalgono le doti tecniche assieme alla lucidità (il pugile deve essere reattivo e reagire con prontezza nonostante la stanchezza fisica). Southpaw (n.d.r. il significato del termine inglese Southpaw è un pugile che utilizza la guardia mancina) mostra poco la boxe e, quando lo fa, se ne serve per divinizzare il protagonista, il pugile newyorkese Billy Hope (Jake Gyllenhaal), una sorta di spaccone guerriero. La boxe viene così relegata in un angolo del ring e da elemento cardine diviene accessoria, non dà al film né sostanza né fascino. Lo sceneggiatore, Kurt Sutter (autore della serie tv Sons of Anarchy) è un fan del tema della redenzione e, strizzando l'occhio a Shakespeare, sceglie come protagonista un giovane uomo afflitto da un fortissimo conflitto interiore che causa a se stesso, proprio per via delle sue debolezze, un mucchio di problemi (Otello, Amleto...). Il difetto di Billy Hope, il nostro Otello, non è la gelosia ma la sua irresponsabilità, sa solo cacciarsi nei guai a causa del suo carattere irruento e della sua incapacità di fare progetti e di prendere delle decisioni.

Nessun altro sport sarebbe stato altrettanto perfetto per trattare il tema del film, per raccontare una storia sulla gestione della rabbia e ad affrancare un personaggio, in cerca del proprio riscatto, dai suoi problemi di adattamento o da una storia familiare difficile ma, purtroppo, il film non centra il bersaglio. Southpaw è eccessivo, alcune scene risultano troppo lunghe, altre futili e gli incontri sul ring sono una mera spettacolarizzazione della collera e della disperazione. Eccellenti invece le interpretazioni degli attori principali, in particolare quella di Gyllenhaal (in origine la parte era destinata a Eminem che ha composto la colonna sonora).


TRAMA (con pochi spoiler)

Billy Hope 'The Great' è un pugile ricco e famoso con ben 48 vittorie alle spalle. E' innamoratissimo della moglie-madre Maureen (Rachel McAdams). Lei lo accudisce, lei decide della sua carriera con il manager Jordan Mains (50 cent), così Billy deve solamente preoccuparsi di concentrarsi sulle vittorie da ottenere.

Billy e Maureen provengono entrambi dallo stesso orfanotrofio e hanno una figlia di dieci anni, Leila.

Il pugile in ascesa Miguel Escobar, rivale di Hope, durante una festa di beneficenza, provoca Billy denigrandolo e offendendo gratuitamente Maureen. Il litigio degenera in uno scontro dove bodyguard, amici e membri dello staff delle due fazioni,  partecipano attivamente urlando insulti e dandosele di santa ragione. Maureen prega inutilmente il marito di smetterla ma lui non l'ascolta e, a un certo punto, Hector (il fratello di Escobar) spara un colpo di pistola che accidentalmente uccide la bella moglie di Hope. Miguel approfitta degli attimi di confusione successivi per permettere a Hector di fuggire.

Billy, senza il suo amore e punto di riferimento Maureen, impazzisce. Inizia ad abusare di alcol e droghe e ad avere comportamenti autolesionisti fino a perdere prestigio e denaro. La custodia della figlia Leila, su decisione di un giudice, viene affidata a un'assistente sociale e la bimba trasferita in un orfanotrofio.

Billy, sconfitto dal suo pessimo carattere e dal lutto, si rifugia in una piccola palestra di periferia gestita dall'allenatore Titus Wills (Forest Whitaker). Titus insegnerà a Hope a trovare il coraggio per rialzarsi e per difendersi dagli attacchi di Escobar. Lo scontro finale del film, sarà proprio con il pugile colombiano Miguel. Hope cercherà la vittoria in onore di Maureen, per vendicarla.

Questa è grossomodo la trama di Southpaw e, ancora da dopo la visione di ieri sera, mi domando una serie di cose.  Quando è iniziato il conflitto? Il film non decolla mai, sembra farci assistere semplicemente a una serie di eventi della vita di Hope e neppure l'omicidio accidentale di Maureen viene utilizzato come ingrediente per creare un interesse e un legame con lo spettatore. Cosa ha portato di nuovo, o rielaborato, rispetto agli altri film sul pugilato? Nulla, era un intreccio di stereotipi sul genere, non ha reso nemmeno nei momenti più caldi, quelli degli incontri di boxe. Nel viso martoriato del pugile Hope, il sangue e le ferite erano onnipresenti in tutti gli incontri ma mancavano il cuore e l'anima del personaggio (in America la boxe è soggetta alle leggi dello spettacolo e ai desideri del pubblico e un pugile, anche se ferito gravemente, non desidera mai fermare un incontro per non essere considerato un codardo. In Europa invece si tende a mettere in primo piano la salute degli agonisti bloccando gli scontri se ci sono delle ferite o dei tagli importanti, ad esempio al sopracciglio).

Divertente è stato vedere come Titus allenava Hope 'The Great'.  A un boxeur con 48 vittorie alle spalle Titus spiegava tutti i fondamentali, l'ABC del combattimento, da non crederci. Lo ha comprato il soprannome di 'The Great' oppure ha perso la memoria quando è morta Maureen?

La regia di Antoine Fuqua e la fotografia sono tecnicamente buone, godevoli, ma non avvertiamo la 'Fear of Man' (così recita il tatuaggio sulla schiena di Billy Hope), le immagini sono solo belle promesse, senza sostanza. Fear of Man sarà un bel tatuaggio ma resta un'occasione sprecata.

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