mercoledì 21 ottobre 2015

Zombie fuori schema



A chi non piacciono gli zombie? Sono dei graziosi frugolini (morti) di odio e fame, è impossibile non simpatizzare con loro. Contagiuos è un film del 2015 diretto dal quasi esordiente Henry Hobson, il quale più che altro aveva lavorato come titolista per altri film a Hollywood o nel campo dei videogiochi (ha collaborato anche al titolo The Last of Us, che ha molto in comune con questo film). Dopo aver parlato (relativamente) poco bene di Inside Out, Jurassic World e altri, ci mancava solo che mi saltasse in mente di spezzare una lancia a favore di Arnold Schwarzenegger e del suo Contagiuos.

Una lancia forse è eccessiva. Di questo film non se ne è parlato molto, ed è anche giusto: non è un capolavoro e non è neanche un ottimo film. Al più gli si può riconoscere il coraggio di aver tentato una strada poco battuta per affrontare un problema visto quasi sempre con lo stesso taglio. E' proprio da questo punto di vista che vorrei spendere qualche parola, mettendo Contagious a confronto con altre due opere, il videogioco The Last of Us e la serie inglese In the Flesh.

Trame

Tutti e tre questi titoli sono ambientati in mondi molto simili: un qualche morbo si è abbattuto sulla terra e ha dato origine agli zombie. Le persone affette sono tecnicamente morte, aggressive, contagiose e incurabili.

In Contagious si segue la vicenda di un padre e di sua figlia. La bambina è stata morsa da uno zombie e non ha più alcuna speranza. I medici sono chiari: nel giro di poche settimane il padre dovrà condurla in quarantena o ucciderla, altrimenti diventerà un serio pericolo per gli altri. Wade, il padre, è un uomo onesto e stimato nel piccolo paese in cui abita. Il medico è un amico di famiglia e gli concede del tempo da passare con la bambina. Il film è di fatto la storia del decorso della malattia, del deterioramento dei rapporti e di questo lento ma inevitabile addio. Maggie, la figlia, tenta fino all'ultimo di apparire normale, di truccarsi e vestirsi in modo che i segni non si vedano. Incontra anche un ragazzo di cui era innamorata, anche lui afflitto dalla stessa mortale malattia.

The Last of Us è un videogioco. Nonostante faccia parte di quella frangia "moderna" di giochi organizzati quasi come film interattivi, deve comunque seguire alcune regole per permettere all'utente di divertirsi. La sua struttura quindi non è paragonabile a quella di un libro o di un film (nel bene e nel male), proprio perché ha necessità diverse. Ma non sono qui a fare confronti di qualità. The Last of Us ha un'ottima trama e anche qui si usa il tipo di rapporto padre - figlia. Qui la piaga degli zombie è riletta in chiave naturalistica: ci sono delle spore (simili al Cordyceps) in grado di uccidere gli umani e controllarne il corpo. Gli infetti attaccano le persone sane spinti dal bisogno biologico delle spore di propagarsi. Joel è un sopravvissuto, il giorno in cui la piaga comparve sulla Terra perse sua figlia (non a causa delle spore) e ora vive di rimpianti e mercato nero. Per vari motivi gli viene chiesto di occuparsi di Ellie, una ragazzina considerata molto, molto importante da un'organizzazione segreta impegnata a debellare le spore.

In The Flesh è una serie inglese del 2013-2014. La piaga zombie qui è comparsa ma è anche già finita poiché gli uomini hanno trovato in fretta una cura. Tale farmaco è in grado di "risvegliare" gli zombie, cioè di far loro ricordare chi erano e di calmare la loro fame. Le persone così salvate vengono sottoposte a una lunga riabilitazione e poi rispedite a casa. Kieren è un ragazzo morto suicida e risvegliatosi zombie. E' stato curato, recuperato, e adesso deve affrontare il suo reintegro nella società. Nel centro di riabilitazione gli hanno insegnato come truccarsi e come muoversi per non incutere timore e non apparire diverso. Nonostante questo il piccolo villaggio natio di Kieren sembra tutt'altro che pronto ad accoglierlo, e il passato torna prepotentemente a galla.

Zombie

Sono stati scritti libri e libri sull'argomento, quindi tutto ciò che dirò sarà senz'altro incompleto e passibile di critica. Ma un paio di cose le posso scrivere, anche solo per riassumere il concetto dal punto di vista narrativo. Lo zombie è, di fatto, metafora della morte (e fin qui...), e nasce per essere la metafora della morte sociale.

L'uomo è schiacciato dal consumismo, non ha più un suo pensiero, cerca l'omologazione per sfuggire alla responsabilità che è implicita in un pensiero libero e indipendente. Una delle scene più famose nello Zombie di Romero è quella in cui i morti entrano nel centro commerciale, gli umani scappano e nel caos che ne consegue diventano quasi indistinguibili uno dall'altro. Tutti si muovono tra prodotti, scaffali, manichini... ed è una fotografia ironica e critica della società moderna dell'uomo.

Ma come mai gli zombie sono una metafora così potente per la morte? Perché ne incarnano perfettamente alcune caratteristiche: sono lenti, ineluttabili, incorruttibili, non fanno alcuna differenza di età, etnia, religione o classe sociale. Inoltre gli zombie hanno il volto dei nostri morti, di persone conosciute o comunque un tempo simili a noi. E' la condanna definitiva che ti mette di fronte con prepotenza alla tremenda domanda: cosa faccio con il tempo che mi resta?

C'è una regola (quasi) fondamentale quando si scrive di horror (zombie inclusi): il mostro non dovrebbe mai essere il problema. Il mostro è la rappresentazione di una paura, il problema dovrebbe restare la causa di quella paura. Per questo nelle storie più riuscite le conseguenze più gravi derivano sempre dalle fobie o dai conflitti dei personaggi. Il mostro è solo uno strumento per metterli con le spalle al muro, dare un limite secco di tempo e di risorse. Non solo, ovviamente: il mostro, quando è fatto bene, è anche qualcosa che va capito per poter essere affrontato, e il processo di comprensione permette ai personaggi di conoscersi, crescere e tutto il resto.

Contagious

Come dicevo, Contagiuos non è un gran film. Fotografia e recitazione sono quelle che sono, la regia ha ottimi spunti anche se non sempre convincenti. Però azzarda, e questo gli fa onore. A volte preferisce dei leggeri movimenti a dei tagli così come la sceneggiatura preferisce una frase in meno piuttosto che in più, gioca di silenzi, di sguardi e di tensioni che montano lentamente e si risolvono in un attimo.

Quindi interessante, secondo me, anche se tutt'altro che perfetto. Contagious ha il merito di trasferire questa equazione zombie=morte in ambito emotivo. Lo zombie diventa insomma metafora della morte di un rapporto, quello tra padre e figlia. Sanno che dovranno dirsi addio, non è un'opzione, ma le loro scelte determineranno se questo addio sarà violento, pacifico, traumatico o altro. I rapporti in casa cambiano all'avanzare della malattia, e Arnoldino, il padre, passa attraverso tutti e cinque gli stadi di Kubler Ross per l'elaborazione del lutto (negazione, rabbia, contrattazione, depressione, accetazione).

Il finale, lo dico subito, è debole. Non perché non sia "corretto", ma è debole, facile, e non rispetta le attese che uno spettatore può essersi fatto fino a quel punto.

The Last of Us

Qui gli zombie, ovvero gli infetti, quasi spariscono di fronte all'evoluzione del rapporto tra Joel e Ellie. A tratti danno quasi fastidio, vengono usati meccanicamente solo per proporre delle sfide al giocatore ma, appunto, si tratta di un videogioco e ha le sue necessità. Non mi stupisce comunque che abbiano deciso di fare un adattamento per il cinema affidando il progetto a Sam Raimi.

La metafora qui è usata sul piano narrativo per creare una situazione estrema. Senza fare spoiler diciamo che al centro di tutto qui non c'è la sopravvivenza di Joel in quanto essere umano, ma in quanto padre. Joel ha perduto la sua figlia naturale e ora riesce a resuscitare una parte di sé grazie a Ellie. E non una parte qualsiasi. Joel recupera la voglia di vivere, la speranza di avere un futuro, una ragione d'essere. Gli zombie qui rappresentano in modo potente il male del mondo, i problemi che stanno fuori dalla porta. Se tutti se ne interessassero sarebbe facile gestirli, se ognuno pensa a sé stesso diventano non solo ingestibili, ma più gravi ogni giorno. La scelta giusta sembra ovvia... ma se prenderla implicasse il sacrificio della tua ragione d'essere? Vincerebbe l'egoismo o il bene comune?

Il finale di The Last of Us è molto bello, tanto piccolo nell'evento in sé quanto grande nell'impatto. Chissà che proprio quei paletti che gli autori hanno dovuto rispettare per organizzare la trama in modo che risultasse anche adatta al gioco non abbia permesso di pensare fuori dagli schemi e creare questo titolo.

In the Flesh

La serie inglese capovolge la situazione cambiando direttamente il presupposto. I non morti ci sono ma sono guariti, stanno tornando a casa. Qui la metafora della morte è solo apparentemente indebolita dalla situazione. Che cosa si può dire a un ragazzo che torna a casa dopo essersi dato la morte da solo? Com'è possibile confrontarsi con amici e parenti?

Senza contare che lui è stato per un buon periodo fuori di sé, e in quel periodo ha mangiato carne umana, ha ucciso persone. Ha solo dei flashback di quei momenti, ma ci sono stati. E' possibile cancellare le sue colpe? Non pensarci più? E lui non ha le stesse attenuanti di un veterano di guerra: non ha ucciso per la patria. Lo ha fatto per fame, perché era la sua natura. In the Flesh usa gli zombie come immagine vivente del rimpianto, dei rimorsi e di tutto ciò che normalmente la definitività della morte consente di lasciarsi alle spalle.

Inoltre lo zombie diventa la quintessenza del diverso, bistrattato nel suo piccolo paese retrogrado come lo sono omosessuali e stranieri. Non puoi far finta di non vedere, con uno zombie, e al tempo stesso è un diverso completamente nuovo che permette di rinnovare i pregiudizi e puntare il dito in libertà, senza sentirsi in colpa.

Conclusioni

Gli zombie mi sono sempre piaciuti. Negli ultimi anni era iniziata una deriva horror/action di pellicole non molto entusiasmanti e una comica di film (Warm Bodies) o libri (Manuale per sopravvivere agli zombie e altri) che vanno dal pessimo al poco divertente. Storie come quelle citate, compreso Contagious, sono esperimenti interessanti che consiglio di provare a chiunque si senta un amante del genere e non abbia troppa paura di storie in cui ci sono sì degli zombie ma magari non si spara e non si corre troppo.

A proposito di correre, un'ultima nota. Io non sono di quelli che gridano allo scandalo se esce un film in cui la figura del vampiro viene trasformata. Se, per fare un esempio proprio assurdo, vuoi creare dei vampiri che se finiscono sotto il sole non bruciano ma piuttosto scintillano come una granita alla pesca, va benissimo. E' facoltà di qualsiasi autore prendere un elemento esistente e trasformarlo in altro se serve a rendere il senso della sua storia.

Ma ci sono dei limiti. Un vampiro funziona fin tanto che si rispetta il suo conflitto di base: è un mostro infiltrato tra gli uomini che ha bisogno del loro male per vivere. Tolto quello, resta solo la fascinazione di usare il termine vampiro nella sinossi. Lo stesso per gli Zombie. Non fateli correre. Mai. Non è un capriccio da purista: lo zombie funziona perché è immagine della morte: lenta e ineluttabile. Se corre, salta e ringhia diventa altro, diventa un mostro che potrebbe chiamarsi in qualsiasi altro modo... e zombie diventa un termine nella sinossi.

2 commenti:

  1. Concordo pienamente sul non fare correre gli zombi.
    Contagious mi incuriosiva, come si comporta Arnold?

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  2. Scusa il ritardo. Allora... Contagious, giusto per precisare, non è un film di zombie nello stesso modo in cui District 9 non è un film sugli alieni. Non è il film dell'anno ma secondo me la visione la merita. Però non se stai cercando un film di zombie, ecco. Lui se la cava benino perché gli hanno cucito la parte addosso. E' un padre taciturno e chiuso quindi l'immobilità del viso gli torna comoda ;)

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