martedì 19 gennaio 2016

Il Labirinto del Silenzio



Il Labirinto del Silenzio, (Im Labyrinth des Schweigens). Dramma, Germania. Regia di Giulio Ricciarelli.

I criminali nazisti si erano confusi tranquillamente tra la popolazione tedesca, erano insegnanti, panettieri, industriali, uomini lasciati vivere indisturbati da una nazione che non voleva purgare il proprio passato e fare i conti con il male del terzo Reich. La popolazione ignorava gli orrori avvenuti nei campi di concentramento e, a Francoforte nel 1958 (anno in cui si svolgono le vicende narrate dal film), dopo la povertà e le perdite causate dai bombardamenti di guerra, contava solamente la voglia di svago, di feste, di rinnovo, e i fantasmi di guerra erano ombre da cui fuggire al ritmo di canzonette che edulcoravano momenti di perdizione. Si fingeva di sentirsi liberi dalle proprie responsabilità, lontani dalle questioni morali e dalle domande indiscrete. All'epoca era stata coniata un'espressione in Germania, Stunde Null, l'ora zero, il pregresso risultava completamente azzerato, esisteva esclusivamente il futuro.

Ne Il Labirinto del Silenzio, il labirinto è un simbolo del potere, un colosso prodigioso e terribile protetto da una sovrastruttura di uomini leali e da compromessi infrangibili. Un’unità mastodontica, sempre in crescita, forte dell’anonimato, della mancanza di evidenza, di prove schiaccianti. Il Labirinto è anche l’avventura di un giovane uomo, il procuratore Johann Radmann (Alexander Fehling), che cerca la verità in un groviglio di materiali, false piste, ambizioni irraggiungibili, smarrimenti in grado di far impazzire, rendendo impossibile il ritrovamento di un'uscita, di una soluzione. Un percorso, dove Johann dovrà fare i conti con se stesso poiché il male affonda le sue radici in troppe famiglie tedesche, ‘In Germania erano tutti nazisti’ gli ripetono gli ufficiali da cui Radmann cerca informazioni, il protagonista si trova dinnanzi a un’eredità difficile da digerire, padri modello e instillatori di nobili ideali inficiati con il partito di Hitler, mogli di nazisti, madri di nazisti, Johann non si sa più da quale parte guardare per trovare il buono, l’autentico. E perde la testa.

La storia in breve (senza spoiler)

Il Labirinto del Silenzio racconta il tentativo del giornalista Thomas Gnielka di far ascoltare, presso la Procura di Francoforte, la testimonianza di Simon Kirsch, un ebreo sopravvissuto ad Auschwitz che ha casualmente scoperto la presenza di uno dei suoi aguzzini nel corpo docenti di un noto liceo della città di Francoforte. Kirsch chiede giustizia, nessun criminale dovrebbe poter insegnare a dei ragazzi in una scuola. Il capo della procura fa allontanare in modo brutale Gnielka, la sua è una pura opera di delazione, a nessuno interessa remare contro la ricostruzione della pace, tanto il vero nemico attuale sono i russi. L’Avvocato Radmann, giovane e idealista, prende a cuore la vicenda e si rivolge al Ministero dell’Istruzione con una richiesta di espulsione, del criminale nazista dal corpo insegnanti, prontamente ignorata. Radmann è spronato allora a indagare a fondo, a capire i segreti celati dietro i silenzi poiché il Processo di Norimberga non è bastato, un numero considerevole di assassini si nasconde tranquillamente tra i panettieri, gli operai del paese, hanno semplicemente riposto la loro divisa e si sono confusi fra gli innocenti.

Il Procuratore Fritz Bauer (Gert Voss), in contrasto con il pensiero del responsabile di Johann, incarica Radmann di dedicarsi a una grossa operazione, di collegare quanti più nomi possibili degli assassini a fatti concreti, di togliere il coperchio dalla pentola del diavolo, di far conoscere e incriminare i nazisti a piede libero in terra tedesca. Radmann, frastornato dall’incredibile numero di documenti e di curricula di ex SS da verificare, sarà ostacolato dalle gerarchie militari, dai suoi colleghi, e dai poliziotti volutamente incapaci di eseguire un ordine di cattura ad esempio contro Mengele, lo sterminatore dei bambini, o di fornirgli dei semplici indirizzi per notificare dei mandati d’arresto, perché ‘erano dei soldati e obbedivano a degli ordini’, ‘bisogna esser leali con chi ha prestato servizio come militare.’.

Le parole vivide e sofferenti dei testimoni di Auschwitz faranno crescere il senso d'impotenza di Radmann per una rete di commistioni e brutalità impossibile da estinguere, troppo complessa anche per il suo valoroso senso di giustizia e per la sua avidità di verità, l’elevata quantità di colpevoli, un passato nero diffuso e condiviso da una generazione, porterà Radmann a sentirsi figlio del sangue del male, a dover accettare per primo un lutto dovuto alla conoscenza, un uragano di sconfitte, decisamente un carico enorme da rielaborare. Nel film lo vediamo spesso seduto da solo, sui gradini della soglia di una casa, o sul divano a una festa, mentre riflette e non si capacita di come attorno a lui la gente, il mondo, continui a ridere, a chiacchierare di futilità. Nonostante le accuse infondate contro di lui, e con coraggio, Radmann costruirà giorno dopo giorno, documento dopo documento, un processo per la memoria, per far conoscere alla Germania gli inconcepibili delitti, il passato occultato e consegnare alla storia le preziose deposizioni di chi si è salvato da Auschwitz. La giustizia è l’arbitro corretto contro l’odio.

In conclusione alcune note

Il Labirinto del Silenzio presenta dei personaggi secondari deboli, compresa Marlene, la ragazza di cui si innamora Johann. Se togliessimo la presenza di Marlene il film non muterebbe e raggiungerebbe ugualmente il suo scopo. Il Labirinto del Silenzio non parla di Olocausto, non vedrete scene girate all'interno dei campi di concentramento, i ricordi delle vittime sono essenziali, pur non rivestendo il ruolo principale, perciò il regista ce li racconta con semplicità mostrando l'inquietudine negli occhi dei sopravvissuti, o inquadrando certi loro movimenti nervosi o, ancora, mettendo a fuoco l'orrore della tragedia sul volto di chi ascolta le testimonianze. Il messaggio è intenso, la ricerca della verità, tanto cara a Johann, richiede un metodo e una risposta ma soprattutto necessita della capacità di non giudicare gratuitamente, sentenziare con facilità non è comprendere ed elaborare il male per evitare una sua nuova diffusione.
"Lui e il suo regime sono stati definiti uno schock culturale. In realtà si tratta di una definizione troppo debole. Hitler ha perpetrato un'opera di distruzione colossale ricorrendo allo sterminio di uomini, città, paesi e anche valori, tradizioni e stili di vita. Ma il suo lascito più gravido di conseguenze consiste nell'orrore di quanto l'uomo sia capace di fare nei confronti di un altro uomo. Da allora si è creata una profonda incrinatura nell'immagine altamente patetica che l'uomo ha conservato di se stesso malgrado tutti i crimini di cui pullula la storia." Joachim Fest - Hitler, una biografia.

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