martedì 12 gennaio 2016

La Isla Mínima



La Isla Mínima
di Alberto Rodríguez Librero
Vincitore di nove premi Goya fra cui miglior film del 2014.

La Isla Mínima è un thriller ambientato nell'anno 1980, nella Spagna post franchista. Due detective vengono trasferiti, per in un’indagine, in un arretrato villaggio andaluso nelle paludi del Guadalquivir. Sono sparite due sorelle, due ragazze facili secondo i pettegolezzi. Il loro stesso padre si vergogna delle figlie mentre la madre teme il peggio e, di nascosto, fornisce alla polizia una serie di indizi. Il primo fra tutti, dei negativi in parte bruciati, dove si intravedono le due ragazze nude e in procinto di avere un rapporto sessuale con un uomo di cui è impossibile stabilire l’identità proprio per via dei danni causati dal fuoco.

La routine descritta nel film era la quotidianità, nei metodi e nei mezzi, dei poliziotti di trentacinque anni fa.

La terra

Una terra aspra, omertosa, inospitale e chiusa come un’isola, popolata da anime solitarie, dolorose, tristi, brusche nei modi e nelle parole, dove la povertà è uno dei massimi lasciti del regime di Franco e inibisce le speranze di fuga delle nuove generazioni. Un villaggio capace di illuminarsi per un unico evento annuale, la vendemmia, che porta la musica, i botti, i soldi per i braccianti e il vino da consumare per consolarsi durante i mesi meschini e spogli. E le case, l’intonaco rovinato dei muri, gli infissi marci e vecchi, lo sporco inevitabile delle ristrettezze, i pochi elettrodomestici di seconda mano.
Il film si apre con delle riprese dall’alto delle paludi del Guadalquivir, le cui insenature, tra curve, semicurve e l’andirivieni di forme sinuose, ricorda l’anatomia di un cervello. Una terra è un modo di pensare, un carattere, un popolo che si rispecchia nelle sue acque ed entra in empatia con la natura.




Il cuore

Il tema centrale del film è il lascito del regime franchista e le difficoltà della Spagna nel voltare le spalle alla dittatura a favore della democrazia.

I due detective, il poliziotto modello Pedro (Raúl Arévalo) proviene da Madrid e ha subito un trasferimento punitivo a causa di una sua lettera, pubblicata da un giornale, contro dei militari e Juan (Javier Gutiérrez) ex membro della polizia franchista con pesanti ombre che aleggiano sul suo passato, come la probabile responsabilità dell'assassinio di una giovane manifestante. Pedro è chiuso, riflessivo, acuto osservatore, indaga ascoltando, cogliendo i dettagli. Juan ricorre con facilità alle mani per interrogare informatori, testimoni o sospettati e ama stare tra la folla, parlare con la gente, offrirgli da bere e immischiarsi nelle loro vite anche per ricavarne una pista da seguire.
Pedro è il futuro, l’incerta democrazia nascente, Juan il passato come testimonia la sua precaria condizione di salute, e le sua visione di un tramonto su cui volano liberi centinaia di fenicotteri rosa.
Gli abitanti del villaggio non sono propensi ad aiutare i detective, così Juan ricorre alle maniere forti col benestare silenzioso di Pedro finendo per riprodurre gli schemi del regime, in una somiglianza brutale che ci ricorda come non basti decretare l'inizio della democrazia per attuare il cambiamento, troppi sono gli strascichi, un’intera fetta di popolazione è cresciuta e si è istruita sotto Franco e le consuetudini, i modi di pensare e i nemici (colpo di scena conclusivo) si sono camuffati tra i civili avviliti, stanchi,  in uno scenario disgraziato composto dalle rimanenze, dall’incapacità di vedere il futuro, in un paese razziato dall’assolutismo.

Le vittime

Il nazismo, colpevole della morte di scrittori, attori, musicisti, critici, ha un’elevata responsabilità nell’averci sottratto un avvenire culturale, le innovazioni, la varietà e i giovani sono i primi a perire nei regimi. Potrebbe essere questa una chiave di lettura nella scelta del regista di incentrare le indagini sulla figura di un serial killer che sceglie tra le sedicenni ansiose di rifarsi una vita altrove, lontano dalla melma delle paludi, le proprie vittime. La dittatura  sottrae, imbarbarisce, ruba.

Il genere

Si tratta di un thriller e ben congegnato. Scoperta dopo scoperta, i colpi di scena permettono allo spettatore di illuminare le zone di silenzio e mistero del villaggio (a volte, la velocità di chiusura di certi spunti o indizi, specie al volgere della conclusione, è troppo pressante e causa un lieve smarrimento). Ogni abitante tace, protegge il prossimo per tutelare se stesso, chi vive lì deve continuare a farlo. E non mancano, ingredienti essenziali, ritmo, suspense ed emozioni.


Il paragone, e l'accusa di plagio, con True Detective

Un buon espediente non annoia mai lo spettatore e uno sceneggiatore trae ispirazione anche attraverso l’arte altrui. Il cinema è pieno di coppie formate da detective antagonisti e da ambientazioni cupe e ostili ma True Detective narra le vicende di un uomo di giustizia accusato di aver commesso un omicidio, e di certo il suo nichilismo non lo aiuta a difendersi, mentre La Isla Mínima denuncia la difficoltà della Spagna di espellere l’essenza del regime. Nel finale, infatti, apparirà evidente l’identità di un certo Corvo, un uomo del regime, il male del passato nascosto tra la gente che fatica a campare, comune, irriconoscibile.
In ogni caso il regista non ha potuto materialmente vedere in tempo la serie di Pizzolatto per copiarla, Rust Cohle e Juan hanno una sola qualità in comune: amano disegnare e Cohle ha decisamente maggiore talento con la matita. La sensazione di desolazione, una musica nostalgica e morente, è l'altra nota simile ma anche questa appartiene a tantissime altre storie.
Se proprio vogliamo cercare delle analogie, ricordiamoci di Twin Peaks, dove gli abitanti del paese custodivano gelosamente i segreti impedendo all'agente Cooper di far luce sulla morte di Laura Palmer e i colpi di scena rompevano l'omertà facendoci inserire un nuovo tassello del puzzle complessivo.

Insomma le anime delle storie da raccontare sono veramente poche, è come si costruisce la narrazione a fare la differenza e La Isla Mínima lo fa con sapienza e bellezza.

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