mercoledì 10 febbraio 2016

The Hateful Eight - recensione senza spoiler


The Hateful Eight è l'ultimo lavoro di Quentin Tarantino e non credo abbia bisogno di altre presentazioni. Il film vede sullo schermo molti attori cari al regista di Pulp Fiction tra cui Samuel L. Jackson, Tim Roth, Michael Madsen e Kurt Russell. Ha anche una colonna sonora composta da Ennio Morricone e una fotografia particolare, basata su un formato molto ampio raramente usato al cinema e soprattutto da pellicole degli anni cinquanta e sessanta.

The Hateful Eight ha diviso il pubblico, come tutti i grandi film, mentre la critica lo ha accolto in modo generalmente favorevole. Al di là delle considerazioni personali è certo che Tarantino ami il suo lavoro più di quanto ami i suoi fan. Molti tarantiniani infatti seguono il regista ansiosi di gustarsi quella particolare alchimia fatta di dialoghi brillanti, frasi a effetto, violenza e momenti grotteschi. The Hateful Eight, nonostante abbia un po' di tutti quegli elementi, non ne fa il piatto principale. Il tono generale del film è lento, cadenzato, le relazioni tra i personaggi si sviluppano secondo archi di tempo realistici. Alcune scene sono impostate come a voler conservare più possibile l'unità di tempo, cioè in modo che cinque minuti di visione del film corrispondano a cinque minuti trascorsi per i personaggi. Non dico che sia esattamente così, ma il film riesce a dare una percezione molto vivida di come il tempo passi in quella stanza.

Sul comparto tecnico non c'è niente da dire, o meglio moltissimo. Gli attori sono ispirati come non mai, credibili e incisivi. La regia di Tarantino è perfetta, invisibile, questa volta priva di particolari virtuosismi ma perfettamente asservita alle necessità del racconto. I tagli sono pochi e i movimenti di camera discreti. In alcuni punti l'uso del rallenty o di espedienti splatter permette al regista di far distaccare lo spettatore e, soprattutto, permette di svuotare di senso la violenza in modo che non diventi un tema. Ci torno a breve.

Trama

La storia di The Hateful Eight è davvero, davvero semplice. John Ruth è un cacciatore di taglie famoso per portare i ricercati alla polizia sempre vivi. In questo caso ha catturato una donna di nome Daisy, la cui testa vale ben 10,000$. Una bufera di neve lo costringe a far tappa nell'Emporio di Minnie dove si troverà chiuso con altri sei uomini, inclusi Marquis e Chris, a cui lui stesso ha dato un passaggio lungo la strada. John è convinto che almeno uno di loro stia meditando di sottrargli Daisy.

E' un uomo prudente, John, quindi inizia a fare domande. Ognuno dei personaggi ha una storia alle proprie spalle ma non esiste niente che possa confermare o smentire i vari racconti. La giostra dei sospetti si allarga, le alleanze si formano e si spezzano.

Il film si svolge interamente (salvo qualche flashback) all'interno della locanda e si snoda in capitoli annunciati da un cartello su sfondo nero, espediente ormai diventato un marchio di fabbrica per il regista.

Western contaminato

Che Quentin Tarantino abbia un'adorazione per il genere western non è una novità, in questo caso però affonda a piene mani nei filoni più classici del genere, molto più di quanto non avesse fatto in Django Unchained. Il far west di Hateful Eight è gelido, realistico, fatto di uomini infreddoliti e minacciati dalla neve e dalla miseria. Volti barbuti, pieni di rughe e imperfezioni, sporchi e massicci. L'unica donna, Daisy, è malvestita e malridotta, come del resto si confà a una ricercata nelle mani di un cacciatore di taglie. Fin dall'inizio ha un occhio nero e qualche livido... e di certo la situazione non prevede miglioramenti.

Gli esterni sono sempre aperti, enormi e desolati; in aperto contrasto la luce calda dell'Emporio, zeppo di oggetti, colori e suoni. Per quanto il film racconti di otto personaggi poco raccomandabili chiusi in una stanza mentre fuori imperversa la tempesta, è comunque possibile, ampliando un po' lo sguardo, percepire la rappresentazione in scala ridotta dei conflitti umani, come se il mondo si fosse rannicchiato in una singola taverna durante il temporale.

Adesso mettiamola così: nei western la violenza è di casa (duelli, sparatorie, inseguimenti a cavallo...) ma raramente è il cuore della vicenda. In quei film le tematiche sono per lo più l'onore, la decenza, la lealtà, la redenzione, talvolta la vendetta e, più raramente, l'autodeterminazione. La violenza è semplicemente parte costitutiva di quel mondo. Ambientare una storia nel vecchio west è un modo per tagliare fuori la legge e la maggior parte delle consuetudini sociali cui siamo legati, è un espediente per spogliare l'uomo e metterlo di fronte niente altro che a se stesso. Per far sì che la violenza non diventi protagonista ci sono vari sistemi. Ad esempio nei western la violenza non era mai sottolineata, anzi: era rapidissima. I film si concentravano molto di più sulla preparazione della violenza e sulle sue conseguenze, piuttosto che evidenziare la scena d'azione in sé. Questo induce lo spettatore a non lasciarsi incantare troppo dalle dinamiche e a tenere bene a mente le motivazioni che hanno spinto due persone a scontrarsi e quindi, successivamente, a empatizzare con l'esito dello scontro. In The Hateful Eight la meccanica è esattamente questa, cambia solo l'espediente.

Per dirlo semplicemente, The Hateful Eight è un film molto immersivo. Lentamente, prendendo tutto il tempo necessario, lascia affondare lo spettatore in un mondo con logiche tutte sue, tra personaggi con una loro personalissima visione di cosa sia giusto o sbagliato. Quando la violenza arriva si è immersi fino al collo nell'ambientazione e il rischio di perdersi nello scontro e accantonare la storia è alto, così Tarantino spinge sul pedale dell'artificio e ti riporta a riva, sulla poltrona del cinema, al sicuro. A volte usa un rallenty, a volte un tocco di splatter, il risultato è che la violenza si fa più irreale e si svuota di quelle caratteristiche che normalmente spingono chi guarda a giudicare chi la commette.

Per fare un esempio estremo, poniamo di guardare la scena in cui un uomo uccide un bambino. Il bambino sta facendo i capricci, l'uomo è esasperato e alla fine prende una pistola e gli spara in testa. Orribile, no? Fa una certa impressione anche solo a leggersi, e il giudizio sull'uomo non può che essere uno. E se invece, date le stesse premesse, l'uomo lanciasse al bambino un candelotto di dinamite e rotolasse fuori dalla stanza? L'estremizzazione oltre il credibile (qui usando un registro comico) dell'atto di violenza ha come risultato di svuotarla. Da spettatori accetteremmo il fatto che quella violenza "non è vera" e resteremmo concentrati sul prima e sul dopo. Tarantino non è affatto nuovo a questa tecnica. Kill BIll è uno dei film in cui la si riconosce con maggior chiarezza: basti pensare al cambio cromatico durante la battaglia con gli 88 folli o a quanto sia surreale la tecnica dell'esplosione del cuore con cinque colpi delle dita.

Teorie negre e veri bastardi

Quel che colpisce di più in The Hateful Eight è il peso che Tarantino ha voluto dare a concetti sociali e politici generalmente molto più sfumati nei suoi film, come il razzismo, la giustizia e il pregiudizio. The Hateful Eight è stato indicato dalla maggior parte della critica come un film nichilista, cinico, che non lascia scampo. Non sono completamente d'accordo. Certo, Tarantino usa un linguaggio grottesco per arrivare al punto, ma ci arriva.

In The Hateful Eight si intrecciano due grandi conflitti: uno è "I bianchi e i negri" e l'altro è "I giusti e i bastardi". In quel mondo, tra quei personaggi, razzismo e pregiudizio sono la norma: per i bianchi ogni negro è un bastardo e viceversa. Solo delle condizioni estreme potrebbero costringere gente come quella a capire che non esiste alcuna relazione necessaria tra razza e moralità. Inoltre Tarantino, sfruttando il contesto sociale dell'ambientazione, pone la questione "Chi è un uomo giusto?"; e risponde (secondo me) così: un uomo giusto è colui il quale, pur riconoscendo l'importanza della passione, decide di accantonarla e, invece di cedere all'istinto, rispettare procedure e regole. Un bastardo non lo fa, ovviamente. Un bastardo prende quello che vuole cedendo alle pulsioni, che la sua sia una causa giusta o meno.

Il finale, che non rivelo, è una magnifica e grottesca sublimazione di questo quadro.

Conclusioni

The Hateful Eight è uno di quei film che un appassionato potrebbe divertirsi a smontare scena per scena solo per il gusto di cogliere i riferimenti, le citazioni e soprattutto per capirne la struttura. Senza dubbio è un film maturo, più di quanto lo stile scanzonato e i dialoghi lascino intendere. Le tematiche sono tristemente sempre attuali e se è vero che per la maggior parte del film si respira un'atmosfera decadente e priva di speranza, è anche reale la presenza di luce, di margini di miglioramento e redenzione, almeno nella misura in cui un uomo è ancora in grado di stabilire cosa sia giusto o "da bastardo" fare.

Quentin Tarantino realizza un altro colpo da maestro, assolutamente degno della propria carriera. Forse sarà meno innovativo di altri ma anche uno dei più ragionati, ironici e intensi. La visione è consigliata a chiunque, amante o meno del genere. I film di Tarantino, piaccia o no, sono sempre manifestazioni del cinema. Lui lo usa tutto, sempre, tutta la cassetta degli attrezzi: musica, montaggio, fotografia. Esce e rientra nel suo stesso racconto, inserisce voci narranti, muove la camera per poi farla tornare in posizione, si sposta tra i generi. Nonostante tutto questo il film è compatto, coerente; e lungo la strada per arrivare fino al cuore del discorso ha anche trovato tempo e modo di strappare sia risate che quei sospiri a denti stretti, a metà tra il dolore e la sorpresa.

Ho detto anche troppo, direi. Buona visione.

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