mercoledì 30 marzo 2016

Land of Mine (Under Sandet)




Land of Mine. Maggio 1945, la Danimarca è libera dall'occupazione nazista. I soldati tedeschi prigionieri dei pionieri locali sono costretti a ripulire le coste nordiche dalle mine sepolte sotto la sabbia (Under Sandet, sotto la sabbia, è il titolo originale del film). Hitler era convinto che lo sbarco degli alleati sarebbe avvenuto in Danimarca perciò fece piazzare un numero abnorme di esplosivi nelle sue spiagge.

Al sergente Carl Rasmussen (Roland Møller) vengono affidati quattordici prigionieri per togliere e disinnescare da un tratto di costa, in un mese, 45mila mine. Il film racconta il rapporto fra il sergente danese e i soldati tedeschi durante il periodo dei lavori forzati. La squadra di Carl è composta da dei ragazzini, la maggior parte minorenni, arruolati nelle milizie naziste da Hitler, un dittatore incapace di arrendersi e pronto a immolare anche il sangue dei bambini nella disfatta del Reich.

I prigionieri senza cibo né cure lavorano incessantemente come schiavi. Pochi mesi prima rappresentavano la soperchieria e il giogo dello straniero sull'emancipazione perciò a loro è riservato solo l'odio, un astio senza speranza che gli viene sputato in faccia, in ogni occasione, dal sergente Carl. La popolazione locale, i militari della fazione opposta: tutti li vorrebbero morti, sofferenti e riversano su di loro il rancore per le vessazioni e le privazioni subite. L'uniforme dei ragazzi tedeschi è la loro unica identità, nessuno vuole notare la loro giovane età, l'umanità dei loro bisogni e desideri, nessuno si interroga sulle reali colpe. I campi lunghi utilizzati dal regista inquadrano i prigionieri in spiaggia, stesi a terra tra la sabbia, intenti a scovare e disinnescare, lottando contro la paura di morire o di rimanere brutalmente mutilati, le mine.

La situazione politica e sociale della fine della Seconda Guerra è un pretesto del regista Martin Zandvliet per sviluppare la sua analisi sui mostri, il lato malvagio dell'uomo, l'orrore dormiente sotto i nostri pregiudizi, sotto la sete di vendetta e la voglia di rivincita. Zandvliet racconta l'uomo e le sue relazioni e reazioni in un contesto post distruzione, il forte contro il debole, il liberato contro il vinto. Il prezzo pagato, sebbene caro, non giustifica la violenza eppure l'uomo caduto in disgrazia tenta di riprodurre, come carnefice, i soprusi di cui è stato vittima, e la sua lingua può diventare affilata come un coltello e le sue mani pericolose quanto un fucile. La chiave interpretativa è nella frase del regista: “Dobbiamo stare attenti a non diventare noi stessi dei mostri quando cerchiamo di sconfiggere dei mostri.”.

Il Sergente Carl è un antieroe che si redime. Nella scena di apertura di Land of Mine picchia e insulta un soldato tedesco, facente parte di una lunga colonna in ritirata, colpevole di portare sottobraccio una bandiera danese. È duro, spietato con i suoi quattordici prigionieri e non gli importa del loro destino ma, quando è costretto a consolare il giovane Ernst Lessner, che ha appena perduto per l'esplosione di una mina il suo gemello Werner, Carl si apre e inizia a cambiare. Le esigenze di quei ragazzi sono semplici: ritornare a casa, mangiare, sperare in un futuro migliore. Sono i bisogni di un essere umano qualsiasi. La convinzione di Carl di essere nel giusto vacilla di fronte al dolore di Ernst, non ha più le risposte pronte, capisce di aver commesso degli errori. I comportamenti che recriminava ai nazisti non sono in fondo così diversi dai suoi. Un debole ponte d'intesa si crea tra Carl e i ragazzi, un'empatia fragile che sfocia, per il sergente, nella violenza dinnanzi alle prime difficoltà, e anche un inizio di dialogo, di rapporto, nasce fra il sergente e uno dei ragazzi più svegli (Sebastian Schumann).

Carl impara dai propri errori ma il resto del paese non è pronto a elaborare il lutto e la rabbia rimane sepolta, come una mina, sotto la sabbia che rende ciechi. Da non perdere.

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